
Un convegno della Cgil di Milano ha discusso della pace possibile tra Curdi e Turchia, ma dal 6 gennaio in Siria le milizie governative aggrediscono la culla del federalismo democratico.
La pace è un valore sindacale. La pace non è astratta: è la base per lavoro dignitoso, diritti sociali, welfare e sviluppo sostenibile. Dove c’è guerra o repressione aumentano precarietà, povertà e disuguaglianze.
La Cgil ha ripetutamente ribadito il proprio impegno a favore della pace, dei diritti umani, della democrazia e del dialogo internazionale, anche nei confronti della situazione politica e sociale in Turchia. La Cgil considera la solidarietà internazionale e la cooperazione tra sindacati un elemento fondamentale per promuovere soluzioni non violente e per sostenere processi democratici, in contesti caratterizzati da conflitti, repressione e limitazioni delle libertà fondamentali.
Il 15 gennaio scorso la Camera del Lavoro di Milano ha promosso una conferenza intitolata “Pace, solidarietà, fratellanza. Turchia e questione curda: una pace possibile”, con l’obiettivo di discutere vie concrete per sostenere il dialogo e la coesistenza pacifica legata alla questione curda e alle implicazioni sociali in Turchia.
L’iniziativa ha sottolineato l’importanza del confronto e della solidarietà per affrontare conflitti e diritti civili. Sostenere la pace in Turchia è importante per diversi motivi politici, sociali e umanitari, che riguardano non solo il Paese ma anche l’Europa e il Mediterraneo. La storia recente dimostra che la repressione e la militarizzazione non risolvono i conflitti ma li aggravano. Il dialogo politico, la mediazione e il riconoscimento reciproco sono l’unica strada per una convivenza duratura, anche rispetto alla questione curda e alle tensioni interne.
Sindacalisti, giornalisti, accademici e attivisti sono spesso fra i primi a subire conseguenze in contesti di instabilità. Sostenere la pace significa difendere lo spazio democratico, il pluralismo e la possibilità per i lavoratori di organizzarsi e rappresentarsi liberamente.
La Turchia ha un ruolo strategico tra Europa, Medio Oriente e Asia. Instabilità e conflitti interni hanno effetti che vanno oltre i confini nazionali, incidendo su migrazioni, sicurezza e relazioni internazionali. La pace in Turchia è quindi un fattore di equilibrio per l’intera regione. Sostenere la pace significa affermare un principio universale: i conflitti non devono essere pagati dai lavoratori, dalle famiglie e dalle fasce più fragili della società. La solidarietà tra popoli e organizzazioni sociali rafforza la lotta per la giustizia, l’uguaglianza e la convivenza pacifica.
Mentre noi parliamo della pace, gli Stati imperialisti si sono riuniti a Parigi dove hanno dichiarato lo scioglimento non ufficiale della coalizione contro l’Isis e dato carta libera al regime di Damasco e Ankara per sterminare i curdi. A partire dal 6 gennaio scorso, l’Amministrazione autonoma del Nord-Est della Siria (Rojava) – guidata dalle forze curde e dalle Syrian Democratic Forces (Sdf) – è stata oggetto di attacchi militari e pressioni da parte del governo centrale siriano e delle sue forze alleate. Le forze del nuovo governo siriano, sostenute da milizie alleate, hanno lanciato offensive su larga scala contro territori precedentemente controllati dalle Sdf. La regione, nota per il suo modello di amministrazione multietnica, con partecipazione di donne e comunità locali, è considerata da osservatori internazionali sotto serio rischio nel suo progetto democratico. La guerra e la pressione militare minacciano non solo la sicurezza delle aree curde, ma anche i valori sociali e l’esperienza politica di Rojava. Alcuni paesi e personalità hanno condannato gli attacchi contro le comunità curde e chiesto protezione per i civili e rispetto dei diritti. Organismi internazionali e Ong sottolineano la necessità di protezione umanitaria e accesso per gli aiuti nelle zone colpite.
Le donne in Rojava hanno un ruolo centrale nella politica, nella società e nella difesa del territorio. Difendere Rojava significa difendere l’emancipazione femminile contro patriarcato, fondamentalismo e violenza sistemica. Le forze di Rojava sono state in prima linea nella sconfitta dello Stato islamico, pagando un prezzo altissimo in vite umane. Abbandonarle oggi significa tradire chi ha contribuito alla sicurezza globale.
Rojava dimostra che un altro modello sociale è possibile, anche in guerra: cooperazione invece di dominio, convivenza invece di odio. Difenderla è un atto di solidarietà tra popoli, non di schieramento militare. Se un’esperienza democratica viene schiacciata nel silenzio, il messaggio è chiaro: la forza conta più dei diritti. Difendere Rojava significa dire che questo non è accettabile.
(27 gennaio 2026)
