
Circa il dimensionamento scolastico l’Unione europea ha tracciato un orizzonte, ma l’Italia si è disegnata la strada: per raggiungere gli obiettivi posti ha compiuto una precisa scelta politica che non era affatto obbligata, anzi vedeva una bella rosa di alternative.
In estrema sintesi, il Pnrr parlava di adeguamento del sistema scolastico al calo demografico alla luce del binomio efficienza ed efficacia e sostenibilità finanziaria, niente di prescrittivo in quanto a realizzazione. È stato il governo italiano a scegliere di realizzare un piano di accorpamento degli Istituti, stabilendo una media di 938 alunni l’uno. Questo parametro non nasce da alcuna analisi dei bisogni né in relazione alla didattica, è funzionale solo una previsione di spesa sul personale e sul numero degli Istituti. In sostanza non il Pnrr come opportunità a beneficio di necessità reali, ma un astratto utile ai conti ed a creare le condizioni che giustifichino potenziali azioni trasformative sulla natura del sistema pubblico.
Il taglio complessivo si concretizza nella soppressione di 700 Istituti, con la perdita di circa 1.400 posti tra dirigenti, Dsga e ricadute pesanti sugli organici del personale docente e Ata, già sottodimensionato da anni.
Si potrebbe evidenziare una contraddizione importante: a fronte dell’autonomia scolastica, pensata per intervenire in maniera sempre più capillare sulle esigenze specifiche di quella precisa utenza, quindi come un servizio di alta prossimità, si agisce attraverso un sistema che prescinde quasi completamente dalla specificità delle condizioni, perché le deroghe previste sono limitate e soprattutto non sono un diritto, circoscritte a territori montani, piccole isole e aree a rischio spopolamento.
Un Istituto che a seguito dell’accorpamento perde la propria autonomia, perde una parte importante della propria capacità di autodeterminarsi, di scegliere in maniera non mediata l’ampliamento dell’offerta formativa, perde la presenza esclusiva e costante dei dirigenti, sempre più oberati, caricati di responsabilità amministrative e gioco forza meno prossimi alla didattica e alla relazione con le famiglie, sempre più dirigenti d’azienda e meno coordinatori di comunità.
Ma è qui che si vuole arrivare, alla disgregazione dell’unità e dell’orizzontalità del corpo docente e del personale tutto, perché realisticamente occorrerà rispondere alle esigenze di Istituti sempre più complessi, dislocati su più sedi, a volte sotto la stessa dirigenza scuole di ordini e gradi diversi: come si risponde ai problemi di gestione di questo tipo di strutture con le difficoltà che porta il nostro tempo? Facendo appello al cosiddetto ‘middle manegement’ ovvero a una forma verticalizzata, aziendalistica, dove finalmente rompere l’unità della categoria attraverso l’attribuzione di compiti di gestione, magari contrattualizzati.
Non a caso – è lecito supporre – il nuovo contratto, sottoscritto da tutte le sigle sindacali tranne noi Flc Cgil, prevede il solo aggiornamento economico (tra l’altro non adeguato all’inflazione quindi in perdita), e non una parola sulle condizioni di lavoro e lo status della professione docente. E dire che gli spunti non mancherebbero.
Ma tornando al dimensionamento e al Pnrr, le misure per rispondere al calo demografico nel segno dell’efficienza ed efficacia, ma soprattutto alla coniugazione dei bisogni provenienti da altri aspetti della vita sociale, sarebbero potute essere di segno opposto: abbassamento del numero degli alunni e delle alunne per classe e allungamento del tempo scuola, ad esempio, collaborazione con i servizi educativi dei territori, potenziati e opportunamente strutturati in modo da rendere le scuole dei veri e propri hub educativi con offerte arricchite e di altissimo livello, soprattutto nel primo grado di istruzione. Queste sarebbero state grandi misure in funzione del successo formativo e a contrasto della dispersione scolastica, tema sul quale l’Italia ha un problema segnalato anche dalla Unione europea.
Non cito nemmeno i sistemi di reclutamento e soprattutto gli stipendi del personale docente, tra i più bassi d’Europa.
Le regioni che hanno subito il commissariamento, Umbria, Toscana, Emilia Romagna e Sardegna, non hanno agito disobbedienza politica, hanno semplicemente dimostrato l’inadeguatezza della scelta del dimensionamento, evidentemente inapplicabile in alcune situazioni se non penalizzando consapevolmente la vita scolastica di intere comunità.
