
In questo anno elettorale la politica israeliana è molto movimentata. Ogni sabato, quasi ininterrottamente dal 2023, proseguono le manifestazioni contro il governo arricchite dalle pressioni per il ritorno in Israele del cadavere dell’ultimo ostaggio rimasto a Gaza, Ran Gvili, e dalla richiesta dell’istituzione di una commissione d’inchiesta statale sul 7 ottobre.
Giovedì 23 gennaio è scesa in campo anche la società araba nella città di Sakhnin, in Bassa Galilea, con uno sciopero generale. La motivazione sottostante risiede nell’esplosione senza controllo della criminalità organizzata in questa comunità. La scintilla è scattata dopo ripetuti episodi di intimidazione, tra cui colpi d’arma da fuoco diretti verso negozi e tentativi di estorsione, che hanno convinto i proprietari, a cominciare da una rete di supermercati, a sospendere l’attività per motivi di sicurezza. La protesta si è rapidamente allargata, coinvolgendo prima altre imprese e poi l’intero sistema scolastico della città. In un’assemblea congiunta tra commercianti, organizzazioni della società civile e il municipio, è stato deciso di prolungare lo sciopero fino ad arrivare alla manifestazione di giovedì.
I dati sulla violenza nella società araba sono molto preoccupanti. Solo nell’anno appena concluso ci sono stati 252 omicidi. La vita quotidiana di una città come Sakhnin è condizionata dalla criminalità organizzata che assale negozi a colpi di pistola e minaccia i negozianti chiedendo il pizzo. I residenti descrivono una città che si svuota a partire dalle 19 per via delle sparatorie che scandiscono le notti. Tutto ciò ha danneggiato l’economia locale, con ristoranti che chiudono presto, i clienti ebrei delle città vicine che evitano di recarsi a Sakhnin per non finire coinvolti negli scontri a fuoco, e i residenti che limitano i propri spostamenti o evitano di ostentare il proprio benessere per evitare di doverne rendere conto alla criminalità organizzata.
Questi dati spiegano perché giovedì la manifestazione è riuscita a bloccare l’intera città, diventata il palcoscenico di una protesta viva e profondamente organizzata, un fenomeno che non si osservava nella società arabo israeliana da molti anni. Lo sciopero si è così trasformato in una giornata di intensa mobilitazione civica, il cui obiettivo dichiarato era uno solo: impedire l’omicidio della prossima vittima.
Durante il pomeriggio il numero delle adesioni è progressivamente aumentato, finendo per coinvolgere, secondo alcune stime, fino a 100mila persone, rendendola la più grande manifestazione nella società araba dal 2019. I manifestanti chiedono risposte e interventi da parte del governo, in particolare al ministro della sicurezza nazionale Ben Gvir. L’inazione di Stato e polizia è fonte di frustrazione e rabbia e potrebbe portare ad una manifestazione ancora più grande della società araba a Tel Aviv, per aumentare la pressione sul governo.
A sostenere la serrata dei commercianti ci sono stati anche gli ospedali, i quali hanno mantenuto attivi solo i servizi d’emergenza, e le scuole che erano chiuse in molte comunità arabe. In strada era presente il parlamentare comunista della Knesset, Ayman Odeh, che ha definito la manifestazione un atto di disobbedienza civile pacifica con lo scopo di vivere in sicurezza e dignità. Hanno portato il loro sostengo anche i membri dell’organizzazione politica socialista arabo-ebraica Standing Together e vari esponenti, anche attivi nel movimento dei familiari degli ostaggi del 7 ottobre, dei Democratici, che si candideranno alle prossime elezioni con la forza politica che raccoglie i resti del sionismo socialista. Il loro leader, Yair Golan, ha espresso vicinanza alla mobilitazione, sostenendo che la criminalità dilagante nella società araba è un fallimento del governo e non un destino ineluttabile.
La manifestazione ha ottenuto anche il risultato di spingere i leader dei quattro principali partiti arabo israeliani, Ayman Odeh (Hadash), Mansour Abbas (Ra’am), Ahmad Tibi (Ta’al) e Sami Abu Shehadeh (Balad), a firmare un documento d’intenti per partecipare con una lista unica alle prossime elezioni, con lo scopo di svolgere la funzione di ago della bilancia del prossimo Parlamento.
Come ha ribadito il sindacato Koah LaOvdim nel comunicato di appoggio allo sciopero, la violenza prospera laddove trova un terreno fertile, come condizioni socio-economiche che la facilitano e la alimentano. Le radici profonde del problema sono in una storia di trascuratezza sociale sistematica, un cocktail esplosivo fatto di disoccupazione cronica, povertà diffusa, processi di privatizzazione che erodono i servizi pubblici essenziali, e una cronica assenza di investimenti statali mirati allo sviluppo delle comunità. Ne consegue che qualsiasi tentativo serio di debellare la violenza debba obbligatoriamente passare attraverso un’azione radicale che vada a curare le cause profonde, trasformando le condizioni di vita che hanno consentito al fenomeno di attecchire e crescere.
