Storico inviato speciale del Tg3 ed esperto di aree di crisi, Nico Piro ha raccontato per anni le guerre, concentrandosi sulle vittime civili e sul campo. Ha dato voce agli ultimi, le donne e gli uomini che non fanno notizia, numeri di tragici bollettini quotidiani, fotografie di una lunghissima galleria degli orrori. Lo specchio di un mondo dominato dall’ingiustizia, con pochi stramiliardari che continuano ad accumulare ricchezze e miliardi di ‘have nots’ cui è impedito perfino di sperare in una vita migliore.

Nico Piro, chi conosce la guerra la evita. Da inviato nelle zone più ‘calde’ del pianeta hai avuto modo di toccare con mano gli effetti dei conflitti armati sulla popolazione civile. Quali ricordi ti porti dietro, come incubi dai quali nessuno di noi vorrebbe risvegliarsi?

“Il silenzio dei bambini feriti e la loro dignità. Il silenzio dei bambini amputati e la loro dignità. Il silenzio dei mutilati in attesa di una protesi e la loro dignità. L’assenza di rancore nelle vittime verso i loro carnefici, quelle vittime che sistematicamente vengono usate dai potenti per giustificare le guerre, cioè la negazione della vita”.

In questi anni venti del nuovo secolo, chi denuncia l’affermarsi di un pensiero unico bellicista è trattato come un paria: pacifinto, putiniano, anima bella, propal. Eppure Piro insiste a denunciare le immani devastazioni, le tragedie, le porcherie che ogni guerra porta con sé…

“ ‘Maledetti Pacifisti’ è uscito il 10 maggio del 2022, arrivando sulla scia dei miei tre precedenti libri sull’Afghanistan che è per me l’archetipo di tutte le guerre contemporanee. Credo che di quel libro vada ricordata sempre la data di uscita, fin dall’inizio era chiaro che l’invasione russa dell’Ucraina veniva trasformata per modificare il Dna del dibattito pubblico, per abolire il pensiero critico sulla guerra, cancellare il pluralismo e militarizzare – nel senso di intrupparlo come un plotone sulla piazza d’armi – il pensiero, trasformandolo appunto nel pensiero unico bellicista. Ormai, quasi quattro anni dopo, non solo le ricette belliciste per aiutare l’Ucraina hanno contribuito ad aggravarne la situazione, non solo quei principi da difendere in Ucraina sono evaporati a Gaza, non solo le contraddizioni dell’Occidente sono sotto gli occhi di tutto il mondo, ma stiamo anche demolendo lo stato sociale spostando fondi verso il militare a discapito del civile. Fammi solo aggiungere una cosa sul giornalismo … forse non avevo ben capito in quale guaio mi stessi andando a infilare (ride, ndr) quando è uscito ‘Maledetti Pacifisti – come difendersi dal Marketing della Guerra’. All’inizio avevamo di fronte un monoblocco politico-giornalistico ma credevo ci fossero margini per recuperare un po’ di lucidità e di pluralismo nella conversazione pubblica. Col tempo si è capito che la politica è cambiata ritrovando, pur con tutte le contraddizioni del panorama italiano, un minimo di unità intorno al tema pace. Il giornalismo invece non solo non ha cambiato rotta, si è persino “incattivo” nel suo bellicismo. Siamo passati da editoriali in cui ci si limitava a tifare guerra come giusta risposta al cattivo Putin, finendo all’aperta riabilitazione di orrori come Dresda o a teorizzare l’inutilità del diritto internazionale se intralcia i “nostri” (i loro, in realtà) interessi. Il tutto con un danno epocale per la credibilità dell’informazione che ha finito di spezzare quel necessario rapporto fiduciario con i lettori, spettatori, ascoltatori, insomma con il popolo. Basta guardare i sondaggi per capirlo, la stragrande maggioranza degli italiani è per la pace, contro la guerra e il riarmo ma i giornali li ignorano. Cui prodest? Ai media no di certo”.

Ti invitano nelle scuole a parlare di pace e guerra, sei una voce importante, e fuori dal coro, per chi ancora crede nel libero e democratico confronto delle idee. Il che, in tempi di censura, non è certo poco e sempre più un’impresa. L’Europa spinge sul riarmo, e si sa bene che le armi prima o poi vengono usate. Cosa pensano delle guerre le giovani generazioni che incontri, studenti e studentesse, che saranno le donne e gli uomini di domani?

“Dalle quinte elementari alle quinte superiori, quando presento il mio ‘Se vuoi la Pace, conosci la Guerra’ la risposta di ragazze e ragazzi è straordinaria. Aule spesso stracolme, silenzio, grande attenzione tale da meravigliare persino gli insegnanti: ‘Non riusciamo a tenerli buoni nemmeno col cineforum e invece oggi …’ – mi ha detto una volta un’insegnante. Mi ha colpito, per esempio, l’attenzione delle quinte dell’Istituto tecnico di Decimomannu che tanti allievi piazza poi come manutentori nella vicina base aerea. C’è voglia di capire ma c’è anche un dovere di aiutare a farlo. Purtroppo – lo ripeto sempre – la guerra ha sponsor, la pace no, e quindi per smontare il mito della guerra quando si crea, cioè da piccoli, c’è bisogno di far da soli. Per farsi autopromozione il militarismo ha a disposizione milioni e milioni di euro, a cominciare dai circa tre che spende per la parata del 2 Giugno, tutti soldi pubblici senza considerare le sponsorship dai gonfi bilanci delle industrie di armi. Per questo ho scritto ‘Se vuoi la Pace, conosci la Guerra’, per dare uno strumento a ragazze e ragazzi e a chi sta con loro, uno strumento per fare chiarezza sulla guerra e sulla pace. Ma sono tutte iniziative spontanee. Ci sarebbe bisogno di fondi nei bilanci pubblici per promuovere la pace, invece siamo arrivati al paradosso che per le circolari del ministero della Pubblica istruzione c’è bisogno di par condicio tra morte e vita, tra guerra e pace”.

La pace va preparata, coltivata con amore, tenuta sempre come un obiettivo imprescindibile di ogni azione umana, lo dice anche la nostra Costituzione. Eppure siamo arrivati al punto di tornare a parlare di leva obbligatoria, si invitano i militari nelle scuole, si investe nelle armi invece che nel welfare. Dove siamo finiti?

“Siamo nel mezzo di una crisi assoluta del capitalismo e dell’Occidente, gli Usa sono ossessionati dall’idea della propria decadenza di fronte alla prosperità e allo sviluppo della Cina che loro stessi hanno favorito per agevolare la transizione da capitalismo manifatturiero ad economia finanziaria. La guerra è diventata lo strumento per cercare di contrastare questa crisi che non è solo economico-industriale, è soprattutto morale. La conseguenza è che puntando sulla guerra e utilizzando i nostri doppi standard non facciamo altro che perdere ancor di più credibilità agli occhi del resto del mondo, del sud globale che intanto si organizza in primis con i Brics”.

Venezuela, Groenlandia, Iran…

“Si tratta di chiare violazioni del diritto internazionale, realizzate come quella in Venezuela con il rapimento di un capo di Stato, l’uccisione di civili dopo mesi di bombardamenti contro barche di pescatori (presunti narcotrafficanti) e sequestri di petroliere come atti di pirateria, oppure pianificati come nel caso della Groenlandia e quindi ‘normalizzati’ con il capo di un Paese che nasce grazie all’arrivo di una barca (quella di Colombo ma soprattutto quella dei padri pellegrini, la MayFlower) che dice ai danesi ‘solo perché 500 anni fa è arrivata lì una vostra barca non potete mica pensare che la Groenlandia sia vostra’. In questo Trump ha il merito di aver tolto la maschera (ma anche un certo freno) a quegli Usa che da decenni perseguono solo l’agenda della loro superiorità economico-politica, prima come bastione delle libertà contro il comunismo e poi come poliziotto di un mondo teoricamente basato sul diritto. Il caso dell’Iran è una variante in questo schema. In primis, ricordiamo che l’Iran è stato bombardato illegittimamente l’estate scorsa dagli Usa e da Israele, ufficialmente per fermarne il programma militare, cosa alquanto curiosa visto che Israele ha notoriamente un programma nucleare segreto, sottratto ad ogni controllo dell’Aiea, l’agenzia atomica internazionale. Perché l’Iran è una variante? Perché con Trump e Israele per ‘aiutare’ le giuste aspirazioni del popolo iraniano al cambiamento c’erano anche gli europei in nome di una causa giusta. Peccato che l’Iraq e l’Afghanistan ci ricordino cosa accade quando manu militari si tenta di liberare un popolo e soprattutto quali sono i veri interessi in questi casi. Io però credo, dal nostro punto di vista e di chi legge la vostra rivista, che di questi episodi sia importante sottolineare un aspetto: la sinistra ha ceduto all’idea di accettare la guerra come giusta in Ucraina, un po’ purché Putin è il grande padre (oggi piccolo dopo l’exploit di Trump secondo) del sovranismo europeo che mina le fondamenta della nostra democrazia, un po’ per le solite sirene di Washington e del liberalismo che diventa poi sempre neoliberismo, come ci insegnano le vicende dell’ex-blocco sovietico negli anni ‘90. La sinistra così facendo, dopo le parole ‘popolo’ e ‘libertà’, si è fatta scippare la parola ‘pace’. Oggi diventa difficile recuperare, dopo che si è prestato il fianco al nazionalismo, cioè l’elisir di lunga vita delle destre, al bellicismo che costituisce l’identità delle destre, al riarmo quindi al potenziamento del complesso industrial-militare, e infine alla cancellazione del pluralismo con la scusa della disinformazione, una chimera che ormai è sinonimo di opinioni sgradite. Errore storico della sinistra, enorme in Italia, ma forse siamo ancora in tempo per recuperare se solo si abbracciasse l’idea di pace con la radicalità che merita”.

(21 gennaio 2026)