
Sui dati diffusi dall’Istat lo scorso novembre, che certificavano un tasso di disoccupazione al 5,7%, il livello più basso dall’inizio delle serie storiche, il governo ha tentato subito un’operazione di propaganda. Si tratta invece di dati che meritano una lettura onesta e approfondita, che non nasconda le profonde ombre del mercato del lavoro.
La riduzione della disoccupazione, infatti, non coincide con un rafforzamento strutturale dell’occupazione. A novembre si registrano 34mila occupati in meno del mese precedente, con un calo che colpisce soprattutto donne, giovani, lavoratori a termine e autonomi. Il tasso di occupazione scende al 62,6%, restando tra i più bassi in Europa.
Il dato più preoccupante è l’aumento del tasso di inattività, salito al 33,5%: oltre un terzo della popolazione in età da lavoro è fuori dal mercato, spesso non per scelta ma per assenza di opportunità, servizi e politiche efficaci. È questa la vera anomalia italiana che i ‘record’ sbandierati dal governo continuano ad occultare.
Anche la disoccupazione giovanile, pur in calo, resta drammaticamente elevata al 18,8%, più del triplo di quella generale, aggravata da sottoccupazione, lavoro povero e sovraistruzione, che spingono migliaia di giovani a uscire dal mercato del lavoro o ad emigrare. Le donne continuano a pagare il prezzo più alto, con tassi di occupazione più bassi, carriere discontinue e un peso ancora enorme del lavoro di cura non retribuito.
Si conferma inoltre una crescita dell’occupazione segnata da bassi salari, diffusione del part-time involontario, lavoro sommerso e precarietà, mentre l’invecchiamento della popolazione attiva e la crisi demografica pongono interrogativi seri sulla sostenibilità futura del sistema produttivo e sulla crescita del Paese.
I dati Istat, quindi, confermano quanto ormai denunciamo da tempo: se i numeri sull’occupazione su base mensile e annuale sono in crescita, le condizioni e la qualità del lavoro invece restano drammaticamente ferme.
La crescita degli occupati concentrata in particolare nella fascia di età over 50, e il calo dell’occupazione giovanile e femminile, sono l’espressione di uno squilibrio strutturale che continua a penalizzare i soggetti più fragili. Questa è la lente con cui bisognerebbe analizzare i dati, che ci dicono di lavoratrici e lavoratori che vivono con salari inadeguati, con rapporti di lavoro precari e discontinui, con difficoltà ad accedere a servizi di conciliazione vita-lavoro, con la mancanza di tutele per l’assenza di diritti effettivi.
Vale sempre ricordare che per misurare la crescita dell’occupazione vengono conteggiati, ad esempio, anche i rapporti di un solo giorno lavorativo e i part-time, in larghissima misura involontari, che sono costituiti da oltre 3 milioni di lavoratrici e lavoratori (Istat). Sempre i numeri evidenziano quasi 3 milioni di occupati a termine e in somministrazione (Istat), 800mila occupati nel settore domestico con un tasso di irregolarità che arriva al 47% (Inps), 670mila precari della pubblica amministrazione e dei settori scuola, università e ricerca, 775mila persone con disabilità iscritte al collocamento mirato (Inapp).
Il filo conduttore che lega precarietà, discontinuità e povertà del lavoro nei settori pubblici e privati, aldilà della forma contrattuale di impiego, è la proiezione del proprio percorso lavorativo sulla futura pensione: ad un lavoro discontinuo e povero corrisponde una futura generazione di pensionati poveri.
Ai dati sullo stato di salute del mercato del lavoro dobbiamo aggiungere, inoltre, lo spazio occupato da una economia sommersa stimata in oltre 185 miliardi e 3 milioni di lavoratori e lavoratrici irregolari (nero, grigio), e la condizione di difficoltà del sistema produttivo con 314 milioni di ore complessive di Cig autorizzate da gennaio a giugno del 2025.
Però il governo non vuole compiere il confronto sul quadro d’insieme del mercato del lavoro, perché per affrontarlo servono politiche che tengano conto delle grandi transizioni in corso – demografica, tecnologica e ambientale – e che contrastino le disuguaglianze di accesso e permanenza nel mercato del lavoro. Dentro questo percorso, emergerebbe che anche gli strumenti ad oggi utilizzati – con finanziamenti importanti – come quelli legati al Pnrr, con il programma Gol e le misure attivate con il Piano Nazionale Giovani Donne e Lavoro, hanno prodotto dati sconfortanti. Gli obiettivi ai quali erano rivolti non sono stati scalfiti: i divari di genere, generazionali, territoriali, che condizionano le opportunità e la prospettiva di vita per i giovani, le donne, le persone con disabilità, le persone con background migratorio e i soggetti più fragili.
Come continuiamo a rivendicare da tempo, i dati di realtà chiedono interventi strutturali e di prospettiva per invertire seriamente la rotta, sostenere le lavoratrici e i lavoratori, i disoccupati, le persone in transizione lavorativa, e costruire un mercato del lavoro inclusivo e sostenibile.
