A guardare il nuovo ddl sicurezza che il governo si accinge a fare approvare, la prima impressione è quella delle grida manzoniane. Come i viceré spagnoli nel caso dei ‘bravi’, anche in questo caso ci troviamo di fronte a misure che hanno tutto il sapore di voler mostrare di affrontare i problemi, senza per questo risolverli.

Nel caso della sicurezza l’evidenza è fin troppo palese. Da quasi trent’anni si insiste con il varo di provvedimenti che rispondono alla cosiddetta “domanda di sicurezza” a colpi di aumento delle pene e di nuove tipologie di condotte soggette a criminalizzazione. Una tendenza, bisogna dirlo, che è stata, fin qui, trasversale al colore politico. Un’impostazione che, lungi dal risolvere i problemi che si prefiggeva di affrontare, ha finito piuttosto per innescare un circolo vizioso, per cui ad ogni decreto-legge segue una nuova tipologia di reati, da affrontare con un altro provvedimento similare.

La scusa consiste nell’affiorare periodico di una nuova tipologia di deviante, appartenente ovviamente alle fasce marginali della società, da trattare con la durezza necessaria. Attorno ai migranti, ai consumatori di sostanze, ai rom, sono fiorite altre categorie, come i ravers, i manifestanti, e soprattutto, i minori.

Non a caso, la compagine governativa e le forze politiche che la sostengono, hanno presentato all’opinione pubblica questo nuovo provvedimento con l’etichetta di “ddl anti-maranza”, utilizzando un termine che deriva dal gergo paninaro degli anni Ottanta (coi paninari, bisogna dirlo, che raccolsero l’eredità sanbabilina…), volto ad etichettare definitivamente i giovani delle periferie, italiani o stranieri che siano, come culmine della parabola di criminalizzazione che, da più di un lustro, li riguarda. Sulla base di una distorta e forzata interpretazione di dati che trascurano aspetti cruciali – come, ad esempio, la necessità di disaggregare i dati per tipologia di reato – sfruttando e strumentalizzando la maggiore sensibilità dell’opinione pubblica verso i comportamenti dei giovani, da cui consegue la maggiore propensione alla denuncia.

Da questo consegue anche il fatto che le forze dell’ordine, in parte obbedendo alle pressioni che vengono loro dall’opinione pubblica e dal mondo politico, avvalendosi di provvedimenti come il decreto Caivano, pongono sui giovani una attenzione ed un controllo maggiore, amplificato. Ne conseguono l’aumento dei detenuti all’interno degli Istituti di Pena Minorili e l’amplificazione di fatti di cronaca gravi, come quello di La Spezia, a giustificare e legittimare la stretta repressiva. Nessuno nega la gravità di certi fatti, ma bisogna notare che episodi del genere ci sono sempre stati, e sono sempre stati trattati attraverso gli istituti del Dpr 448/1988, che regola il sistema penale minorile, apprezzato e studiato a livello internazionale.

In realtà, esiste una differenza tra le grida manzoniane e i frequenti decreti sicurezza. Quelle erano rivolte sempre alla stessa categoria, questi, un decennio dopo l’altro, individuano una nuova classe pericolosa da colpire. Soprattutto, i decreti sicurezza sortiscono l’effetto di stringere ogni volta di più la morsa repressiva, comportano uno slittamento progressivo verso la riduzione delle libertà civili, come la presunzione di innocenza, la libertà di movimento, o di dissenso, come il diritto di manifestazione. Da quando il governo Meloni si è insediato, questa tendenza ha registrato una preoccupante accelerazione.

Guardiamo ai nuovi provvedimenti: i genitori dei minori sorpresi in possesso di un coltello vengono multati. Un provvedimento che elude l’individualità della responsabilità penale, ma, soprattutto, riafferma in modo surrettizio l’assunto lombrosiano del delinquente nato. Se i minori delinquono, la colpa è delle famiglie che non li distolgono dal violare la legge. Magari perché sono delinquenti anche loro. Si aggiungano i Daspo, il sequestro dei documenti, miranti a volere rinchiudere le nuove classi pericolose nei ghetti e limitarne gli spostamenti, per non fare loro intaccare la patina glamour dei centri città ridotti a una poltiglia di centri commerciali e ‘spritzifici’.

Ma il nuovo ddl contiene una chicca sul piano del dissenso politico. Chi è stato denunciato per disordini pubblici non può partecipare alle manifestazioni. Dall’altra parte, le forze dell’ordine godranno dello scudo penale per i loro comportamenti durante le dimostrazioni pubbliche. L’intendimento è chiaro: le città saranno sempre più militarizzate. Coi manifestanti non ci sarà nessuna negoziazione. Si crea un clima di tensione da cui gli atti di intemperanza sgorgano quasi automatici. Giustificando gli interventi repressivi, innescando il meccanismo delle denunce a catena, così da svuotare le piazze manu militari. In attesa di un episodio critico che giustifichi la stretta repressiva definitiva. A mezzo di poteri e forze speciali. Sul modello trumpiano dell’Ice.

Solo una parola, o un grido (non manzoniano): opponiamoci!