
“Trasferimento forzato = licenziamento mascherato”, lo striscione è ben visibile sul tetto del magazzino di Taranto della Vestas Italia, multinazionale danese leader mondiale nel settore delle energie rinnovabili, in particolare dell’eolico. Lavoratori e sindacalisti sono in sciopero da due settimane, dal 14 gennaio contestano la decisione dell’azienda di chiudere il sito pugliese di via Ludovico Ariosto e trasferire 32 dipendenti a San Nicola di Melfi, in Basilicata. Dal capannone pende anche un manichino, a simboleggiare brutalmente un futuro che viene tolto, una dignità calpestata, ennesima ferita a un territorio già piagato dal caso Ilva.
“Spostare il lavoro a quasi 200 chilometri di distanza non è una riorganizzazione – sottolinea Giovanni Vitale – equivale ad abbandonare al loro destino gli operai, è una condanna per tante famiglie che non possono e non vogliono accettare un addio silenzioso alla loro terra”. Delegato sindacale per la Fiom Cgil, Vitale ormai vive ai cancelli della fabbrica, in presidio permanente. “Una situazione strana, ma nonostante tutto c’è un bel clima. Siamo uniti, ora non ci vediamo soltanto per la pausa caffè ma stiamo insieme giorno e notte. Abbiamo chiesto a Vestas di sospendere il trasferimento, al momento fissato al primo marzo, senza però ricevere alcuna risposta dall’azienda”. Un colosso delle energie alternative, specializzato in turbine eoliche, che però gestisce le relazioni sindacali in modo disastroso. “Hanno comunicato solo via Pec, ignorando completamente le Rsu – spiega Vitale – e per giunta hanno incontrato la Fim Cisl, pur sapendo bene che in fabbrica ci sono solo Fiom e Uilm. Vestas rifiuta confronti con istituzioni e soluzioni alternative”.
La lotta continua e non coinvolge solo gli addetti tarantini. “Il management intende trasferire nel sito lucano anche il ‘service point’ di Candela, nel foggiano. La scelta coinvolgerebbe complessivamente le sorti di circa 80 lavoratori. Insieme alla Uilm – racconta ancora Vitale – abbiamo formalizzato una richiesta di incontro urgente alla task force regionale per l’occupazione, accordato per il 3 febbraio. Riteniamo indispensabile che tutte le istituzioni, dal Comune di Taranto alla Regione Puglia, esercitino pienamente il loro ruolo in una vertenza che riguarda un pezzo fondamentale del tessuto produttivo e sociale del territorio”.
La vertenza non è legata ad un ridimensionamento della produzione eolica in Italia, il termine usato in questo caso dall’azienda è ‘riorganizzazione funzionale’. Lo scorso anno la società danese ha ottenuto una lunga concessione per la piattaforma logistica nel porto. Si tratta di un’area di 132mila metri quadrati pensata per facilitare l’assemblaggio e la movimentazione delle turbine prodotte da Vestas nel suo stabilimento tarantino che conta 2.300 dipendenti. Dove, ad esempio, sono state realizzate 27 turbine da 15 mw per il più grande parco eolico della Germania, con pale lunghe ben 115,5 metri. “Una soluzione sarebbe a portata di mano – sottolinea Vitale – basterebbe sedersi attorno a un tavolo e discutere. Invece i pochi confronti sono stati fatti su Teams, e di fatto un’apertura al dialogo non c’è mai stata. Abbiamo chiesto di congelare il trasferimento del magazzino dal primo marzo, ma hanno ostinatamente rifiutato”.
Vitale lavora nel sito pugliese dal 2016. “Ma sono in Vestas da 25 anni – puntualizza – e ne ho passati 15 in giro per il mondo, occupandomi del montaggio delle turbine. Per esigenze personali avevo la necessità di tornare a Taranto. Ora sono punto e a capo, rischio di dovermi nuovamente allontanare”. Un lavoro impegnativo, per operai specializzati. “Bisogna essere reperibili in qualsiasi momento, e si lavora ‘in quota’, ad altezze anche considerevoli. C’è molto turnover, e nelle regioni del nord anche difficoltà a trovare tecnici specializzati. In Toscana ad esempio siamo scoperti, non sono rari gli abbandoni per lo stress eccessivo. Ma a Taranto non è facile uscire da Vestas e trovare un’altra occupazione. Insomma quella che fa l’azienda è anche una forma di ricatto: ‘o mangi questa minestra, o salti dalla finestra’”.
In via Ariosto una metà degli addetti si occupa del magazzino, riceve dai fornitori materiali e prodotti necessari per la manutenzione, oli, filtri, grassi, e invia i ricambi ai service point della penisola. Il magazzino ha le attrezzature necessarie per la manutenzione ordinaria, straordinaria, la sostituzione dei componenti principali. Un’altra squadra si occupa delle riparazioni delle pale sul posto. “Può capitare che un impianto sia colpito da un fulmine, che una pala si danneggi”. C’è anche l’addetto specializzato sulla certificazione dei dispositivi di sollevamento. “Abbiamo anche aule per svolgere i necessari corsi di aggiornamento, e un simulatore per le prove pratiche. Ovviamente ci sono i mezzi aziendali per gli spostamenti, auto e furgoni. Pulizie, vigilanza, spedizioni, c’è un indotto che ruota intorno al nostro magazzino”. Il vento della protesta non smette di soffiare a Taranto, una città industriale dove il lavoro è nella tempesta.
(25 gennaio 2026)
