Sabato 31 gennaio a Tel Aviv si è svolta una manifestazione con una partecipazione stimata tra le 70mila persone in piazza e circa 100mila in totale, che ha unito decine di migliaia di cittadini arabi ed ebrei in una marcia pacifica culminata a piazza Habima. La mobilitazione, nata da uno sciopero generale e da manifestazioni iniziate le settimane precedenti in città arabe come Sakhnin e Nazareth, rappresenta un grido collettivo di dolore, rabbia e disperazione contro l’ondata dilagante di criminalità e omicidi nella società araba, percepita come la diretta conseguenza di decenni di negligenza da parte dello Stato. La folla era un crocevia commovente e significativo dell’intera società: famiglie in lutto portavano foto delle vittime e bandiere nere accanto a giovani, studenti, educatori, sindaci, attivisti, come quelli di Standing Together, e rappresentanti politici dei partiti arabi e dell’area del sionismo socialista.

Sul palco i leader della comunità araba hanno lanciato messaggi durissimi e appelli unitari. Mazen Ghanaim, presidente dei consigli locali arabi, ha respinto l’idea che la violenza sia un problema culturale, ricordando il contributo economico e sociale della minoranza araba al paese, ed ha attaccato frontalmente il primo ministro Benjamin Netanyahu esortandolo a dimettersi. I sindaci, come Talal al-Krnawi di Rahat, hanno denunciato il costo economico della criminalità. Esponenti politici come la parlamentare sionista socialista Na’ama Lazimi e il deputato arabo Ahmad Tibi hanno sottolineato l’inerzia del governo e hanno invocato unità per il diritto fondamentale alla sicurezza. Un elemento chiave è stata la cospicua e visibile partecipazione di cittadini ebrei, la cui presenza solidale ha trasformato la protesta in una questione nazionale, legata ad un fallimento collettivo dello Stato nel garantire sicurezza a tutti i suoi cittadini.

I giorni seguenti alla manifestazione il leader dei sionisti socialisti Yair Golan ha rincarato la dose dicendo che, se dovesse diventare ministro in un governo di coalizione, richiederebbe il ministero degli Interni con competenze sulla polizia. Ha affermato che si impegnerebbe per sradicare la criminalità organizzata nel paese, che colpisce in particolare la società araba tramite cinque organizzazioni criminali legate ad altrettanti clan che diffondono il terrore utilizzando anche decine di gang ed organizzazioni locali. Queste organizzazioni controllerebbero appalti pubblici e devierebbero ingenti fondi statali, oltre ad esercitare estorsioni contro presidi di scuole e sindaci per ottenere favori o silenzio, oppure imporrebbero il pagamento di un pizzo a commercianti e perfino a privati cittadini che comprano un’auto nuova o intraprendono lavori di ristrutturazione nella propria abitazione.

La manifestazione ha avuto luogo nei giorni successivi al ritorno in Israele del cadavere dell’ultimo ostaggio rimasto a Gaza, ovvero Ran Gvili. Questo significa che, per la prima volta dopo 28 mesi, non ci sono più manifestazioni per il ritorno degli ostaggi nel paese ma il tema del 7 ottobre rimane centrale nel dibattito pubblico israeliano. Infatti, la settimana successiva i familiari degli ostaggi, riuniti nel Consiglio d’Ottobre, hanno indetto manifestazioni in tutto il paese, come ci sono regolarmente da anni, per chiedere a gran voce una commissione d’inchiesta statale su quegli eventi, rispondendo in particolare alla pubblicazione, avvenuta pochi giorni prima, di un documento da parte del primo ministro Benjamin Netanyahu costruito con una selezione di trascrizioni parziali tratte dalle riunioni del gabinetto di sicurezza nazionale, a partire dall’operazione “Margine Protettivo” del 2014 fino alle ore che precedettero l’attacco terroristico del 7 ottobre. Gli attivisti del Consiglio d’Ottobre hanno respinto con forza questa mossa, accusando Netanyahu di manipolazione e dichiarando che non si sarebbe placata la loro determinazione, poiché il loro obiettivo è impedire che la verità venga sepolta.

La società araba, invece, domenica 8 febbraio ha organizzato una protesta per strada con decine di convogli diretti da Shefaram a Gerusalemme. Le motivazioni sono sempre legate alla piaga della criminalità nelle comunità arabe. Il comunista Ayman Odeh ha definito la situazione come uno stato di emergenza ed ha elencato le richieste dei manifestanti: una società libera dalle armi illegali e dal controllo del crimine organizzato, e il semplice ma fondamentale diritto a vivere in sicurezza. La mobilitazione della società araba sta evolvendo verso forme di protesta più strutturate e di lunga durata. I leader del movimento stanno pianificando uno sciopero generale di tre giorni che prevede la completa sospensione del lavoro e delle attività economiche in tutti i villaggi e le città arabe, e avvieranno un dialogo con organizzazioni, sindacati e autorità locali per assicurare una partecipazione ampia e proteggere i diritti dei partecipanti da eventuali ritorsioni.

(8 febbraio 2026)