
Come per la critica al genocidio in Palestina, il governo spagnolo è diventato un’icona mondiale per la sua politica migratoria. Mentre i governi occidentali approvano dure politiche di restrizione dei flussi migratori, il governo di coalizione ha annunciato la regolarizzazione di circa 500mila immigrati irregolari, andando controcorrente alla politica dominante nel periodo più duro della repressione anti immigrati degli Usa.
Il dibattito si radicalizza tra chi considera che le frontiere dovrebbero rimanere aperte perché tutte le persone hanno gli stessi diritti o perché i migranti portano un beneficio alle economie, e chi considera che i flussi migratori debbano restringersi perché compromettono economicamente certi gruppi sociali nativi, promuovono instabilità politica e sociale, minacciano le conquiste dello Stato sociale, o solo per xenofobia e razzismo.
Ma tutte queste interpretazioni omettono un aspetto fondamentale: il ruolo della migrazione nella dinamica capitalista come manodopera a basso costo.
Cominciamo dalle basi: la maggior parte delle persone non ama migrare, e quando lo fa è perché spinta da circostanze politiche, sociali, ecologiche o economiche. Ma non tende ad “atterrare” in qualsiasi posto, bensì si dirige dove esiste domanda di manodopera. La logica capitalistica che condiziona in modo significativo i flussi migratori.
A questo storico modello migratorio si somma oggi la crisi ecologica globale, ma è sempre la struttura produttiva delle economie riceventi a determinare in quali condizioni i migranti sono inseriti nel mercato del lavoro. In questa dinamica capitalista nella quale l’essere umano è ridotto a risorsa esportabile, c’è una domanda strutturale di manodopera da parte delle economie più industrializzate per coprire attività di basso valore aggiunto, come edilizia, pulizie, sicurezza, alberghi, commercio, lavori di cura. Di fatto, il welfare delle popolazioni occidentali sarebbe impensabile senza questa economia della cura migrante, con condizioni di lavoro altamente precarie e vulnerabili, specialmente quando sono in situazione di irregolarità.
I migranti da paesi più poveri accettano condizioni di lavoro peggiori dei nativi perché la loro posizione legale riduce il loro potere di contrattazione collettiva. La condizione di irregolarità rende gli immigrati particolarmente ricattabili. La minaccia di deportazione è una forma aggiuntiva di disciplinamento della manodopera che facilita sfruttamento e abuso padronale. Ciò porta al fatto che in Spagna il rischio di povertà per gli stranieri sia del 44% contro il 19% dei nativi. Il rubinetto migratorio è aperto o chiuso in funzione delle necessità del capitale. Le retate e le deportazioni si moltiplicano quando i migranti non sembrano più necessari ai bisogni strutturali del sistema.
E’ qui che la proposta del governo Sanchez è vincente, perché ha allo stesso tempo un carattere morale e pragmatico: si tratta di riconoscere diritti a persone che già vivono e lavorano da noi, e quindi potranno proteggersi contro gli abusi. Ma un’analisi riduttiva rischia di nascondere le condizioni di supersfruttamento degli immigrati e di perpetuare il razzismo strutturale che deriva dalla duplicità del mercato del lavoro. Senza una politica attiva del lavoro – rafforzamento delle ispezioni, lotta agli appalti fraudolenti, estensione della contrattazione collettiva, sanzioni efficaci contro i padroni che approfittano dell’irregolarità, garanzie per la sindacalizzazione – la regolarizzazione può diventare una misura necessaria ma insufficiente.
D’altronde, una parte consistente del nostro benessere è a poco prezzo grazie allo sfruttamento delle risorse naturali e delle persone sia nei paesi di origine che nelle nostre comunità. Allo stesso modo in cui le merci sono poco care per lo sfruttamento dei lavoratori in altri paesi, parte del sistema alimentare e di cura si sostiene sul super sfruttamento dei migranti nel nostro paese. La concorrenza tra lavoratori non è il portato delle migrazioni, ma della diseguaglianza di diritti. Se una parte della forza lavoro manca di stabilità legale, protezione sindacale e possibilità di denunciare gli abusi si genera una pressione al ribasso su salari e condizioni di lavoro che colpisce tutta la classe lavoratrice. La chiave, quindi, non è ridurre l’immigrazione ma la frammentazione del lavoro.
Ai discorsi che dipingono l’immigrazione come minaccia ai lavoratori nativi – narrazione promossa sia dall’estrema destra che da settori che si definiscono di sinistra – opponiamo l’opportunità di tessere alleanze per il lavoro che migliorino le condizioni di tutta la classe lavoratrice. Qui, sia il sindacato che il governo di coalizione hanno fatto passi molto importanti, non solo con la regolarizzazione e aumentando il salario minimo, ma anche combattendo lo sfruttamento nell’economia informale.
Alla fine, la questione migratoria non è un problema di frontiere ma di organizzazione sociale del lavoro, in un capitalismo che consuma e prosciuga le persone e il pianeta.
(Barcellona, 10 febbraio 2026. Traduzione di Leopoldo Tartaglia)
