
La scelta del governo di stravolgere totalmente il disegno di legge sugli stupri non è uno scivolone casuale, è la caduta di una maschera che provava a indossare: un esecutivo per la prima volta a guida femminile che aveva tra le priorità la lotta alla violenza di genere e, su questo tema, andava oltre lo scontro con le opposizioni, collezionando provvedimenti su questo tema approvati sempre all’unanimità. Non deve essere stato semplice per Giorgia Meloni tenere a bada in questo disegno sia il suo partito che la Lega, Vannacci e il movimento dei padri separati. Talmente difficile che ha retto – non senza difficoltà – solo finché si muoveva sui passi del giustizialismo, dell’inasprimento delle pene, della repressione.
Ma non era anche il ddl stupri materia penale? Sì certo, almeno sulla carta. Ma introduce un concetto, quello del consenso “libero e attuale” che è un concetto prima di tutto educativo e culturale. Sancisce la libertà della donna di sottrarsi a un rapporto che non vuole in qualsiasi momento, ma soprattutto apre alla possibilità di farne materia di educazione nelle scuole.
La Lega non ha retto alla possibilità di sancire questo principio di libertà, già previsto in innumerevoli legislazioni nazionali e sancito dalle convenzioni internazionali. Non solo, anche sentenze della Corte di Cassazione già parlano di “consenso libero e attuale”. E si è arrivati alla Suprema Corte proprio perché è sugli stupri che si registrano i peggiori esempi di criminalizzazione della donna – “troppo brutta per essere oggetto di stupro”, “non si è opposta abbastanza”, “ha avuto un comportamento equivoco”.
Ma cosa cambia tra “consenso” e “contro la volontà” introdotto col ddl Bongiorno? Il concetto di “consenso libero” implica che la vittima ha dato il suo consenso in modo consapevole e volontario, senza essere stata costretta, manipolata o in condizione di vulnerabilità. Invece il passaggio a “contro la volontà” inverte l’onere della prova: dovrà essere la vittima a dimostrare di aver opposto resistenza o di aver espresso esplicitamente il suo dissenso. Sarà difficilissimo dimostrare di essersi opposta adeguatamente, o di aver espresso la sua contrarietà in maniera esplicita e senza rischio di fraintendimenti. Quindi si potrebbe interpretare come un invito a giudicare la vittima per non aver opposto resistenza.
Si annulla quindi tutto ciò che sostenevamo, insieme alle associazioni, i movimenti e i centri anti-violenza, e che si riassume nello slogan “Solo un sì è sì”. Il rischio della vittimizzazione secondaria aumenta in maniera esponenziale, e si riduce la possibilità di perseguire i reati di violenza sessuale commessi in situazioni di abuso di potere o di manipolazione. Quindi si tratta di un enorme arretramento in primis culturale, ma anche normativo riguardo la protezione delle vittime e di un indebolimento della legge poiché, oltretutto, riduce le pene e limita il ruolo dei magistrati nella valutazione dei singoli casi.
Per questo la nostra organizzazione è impegnata, insieme ai centri antiviolenza, i movimenti femministi e le associazioni, nelle mobilitazioni territoriali del 15 febbraio e nella manifestazione nazionale di Roma del 28 febbraio.
Mentre il governo cede alla sua componente retrograda e patriarcale, i dati sulla condizione delle donne nel nostro Paese completano un quadro agghiacciante che ci rende ogni giorno meno libere e autonome. La condizione occupazionale delle donne in Italia dall’inizio del governo Meloni è peggiorata. Il tasso di occupazione femminile si attesta al 54,1% (-17% rispetto agli uomini). Inoltre, il 31,5% delle donne lavora part-time, quasi quattro volte più degli uomini (8%).
Rimane il tema della segregazione lavorativa, poiché la metà dell’occupazione femminile si concentra in settori cruciali ma sistematicamente sottopagati (istruzione, sanità, lavori di cura, commercio) e del gap retributivo che supera il 20% in molti comparti. Carriere povere e frammentate portano a pensioni povere: quelle di vecchiaia per le donne sono inferiori del 44,1% rispetto a quelle degli uomini, aumentando il rischio povertà: il 23% delle donne over 65 è a rischio povertà, contro il 16% degli uomini.
Il governo Meloni ha introdotto alcune misure, come il “reddito di libertà” e la decontribuzione per le aziende che facilitano il passaggio dal full-time al part-time per le donne con almeno tre figli, ma si tratta di misure criticabili per la loro inefficacia e per il loro impatto limitato.
