
Oltre duemila visualizzazioni durante la diretta, una rete ampia e trasversale di organizzazioni della società civile italiana e sudanese e un obiettivo chiaro: rompere il silenzio che circonda una delle più gravi tragedie umanitarie del nostro tempo. Il webinar “Guerra in Sudan: un assordante silenzio”, tenuto lunedì 2 febbraio scorso e trasmesso su Facebook e YouTube, ha rappresentato un momento di informazione, denuncia e mobilitazione politica su una guerra dimenticata che dura dal 15 aprile 2023.
A promuoverlo un cartello di associazioni che va da AOI ad Amnesty International Italia, da Caritas Italiana a Emergency, da Medici senza frontiere alla Rete italiana pace e disarmo, dalla FOCSIV ai missionari comboniani, passando dalla Comunità di Sant’Egidio, Medici Senza Frontiere, Un Ponte Per, Caritas, Arci e Acli insieme a realtà della cooperazione, del pacifismo, del mondo cattolico e alle comunità sudanesi in Italia. Un ruolo importante è stato quello di Baobab Experience che, operando con i migranti a Roma, ha trovato evidenza negli ultimi mesi del crescente arrivo di profughi provenienti dal Sudan. Siamo davanti ad un’alleanza che già alla vigilia di Natale aveva lanciato un appello al governo italiano e all’Unione europea per fermare il genocidio in corso, ottenere un cessate il fuoco e garantire l’accesso degli aiuti umanitari nelle zone assediate.
Il conflitto vede contrapposte le Forze Armate Sudanesi (Saf), guidate dal generale Abdel Fattah al-Burhan, e le Forze di Supporto Rapido (Rsf) del generale Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemedti. Ma, come emerso chiaramente dal webinar, ridurre la guerra a uno scontro tra due generali significa occultarne le cause profonde: decenni di fragilità dello Stato post-coloniale, interessi economici enormi legati a oro, petrolio e terre rare, e il ruolo decisivo di attori regionali e internazionali che continuano a fornire armi alle parti in conflitto.
I numeri restituiscono la dimensione della catastrofe. Le Nazioni Unite parlano della più grave crisi umanitaria al mondo: tra i 12 e i 14 milioni di sfollati, almeno 150 mila vittime stimate, oltre 33 milioni di persone dipendenti dagli aiuti. In quasi tre anni di guerra, otto milioni di bambini hanno perso in media cinquecento giorni di scuola, aprendo la prospettiva drammatica di una generazione senza istruzione e senza futuro. Il 70% delle strutture sanitarie è distrutto o danneggiato, lasciando due sudanesi su tre senza cure.
Dal webinar sono arrivate testimonianze dirette dai luoghi del conflitto e dalle frontiere dell’esodo. Suor Elena Balatti, missionaria comboniana e direttrice della Caritas a Malakal, ha raccontato l’accoglienza dei profughi in fuga verso il Sud Sudan e la paura per l’avanzata dei paramilitari dal Darfur e verso El Obeid. Dalla capitale Khartoum, attivisti e operatori umanitari hanno descritto una città devastata ma attraversata da un fragile tentativo di ripartenza, tra cantieri, blackout e bisogni sanitari enormi. Emergency ha confermato la riapertura di una struttura pediatrica negli slum di Mayo, segno di una resilienza che resiste nonostante tutto.
Ampio spazio è stato dedicato anche al contesto geopolitico, grazie ad una eccellente relazione della professoressa Sara De Simone dell’Ispi. Secondo le analisi presentate, le Rsf ricevono sostegno soprattutto dagli Emirati Arabi Uniti, attraverso Libia e Ciad, mentre l’esercito sudanese è alleato dell’Egitto e beneficia di appoggi variabili da Iran e Turchia. In questo quadro spicca l’assenza di un’iniziativa diplomatica incisiva da parte degli Stati Uniti e dell’Unione europea, nonostante i rapporti e gli accordi intrattenuti negli anni con Khartoum, anche sul controllo delle migrazioni.
Siamo davanti ad un genocidio per l’oro e per le terre rare, alimentato da un sistema economico ingiusto e da un traffico di armi su cui lucra anche l’industria bellica. Ma il webinar ha raccolto “un’altra Italia”, quella della società civile che vuole camminare accanto alle popolazioni africane.
Il webinar resterà disponibile online come strumento di informazione e come appello alla coscienza collettiva (vedi: https://www.youtube.com/watch?v=t5AynEsVsm4) Ma l’iniziativa non si ferma qui: il cartello delle associazioni si è dato una road map per portare il tema Sudan al Parlamento italiano, a quello europeo e alla Farnesina nelle prossime settimane. Perché, come è stato ribadito più volte, senza un embargo reale sulle armi e senza una pressione diplomatica forte, il silenzio continuerà a coprire crimini e responsabilità. E al Sudan, oggi più che mai, serve rumore.
