Li trovi con ogni tempo, davanti a pizzerie, ristoranti, fast food. Sotto il rovente sole estivo, con la pioggia, il vento e il freddo della brutta stagione, pedalano senza sosta per l’intera giornata. Sono pagati dai 2 ai 5 euro a consegna, a cottimo, in una quotidiana precarietà che fa a pugni con i più elementari diritti di chi per vivere deve lavorare. Nel loro caso sopravvivere, perché alla fine della giornata i rider si mettono in tasca poche decine di euro. “Venti, trenta, quando va bene cinquanta euro per dodici ore di lavoro”, racconta Muhammad Usman. Lui, pakistano, ormai parla un buon italiano. “Sono qui da una vita”, scherza il ragazzo ventiseienne, arrivato una decina di anni fa seguendo la rotta dei migranti che dall’Asia porta in Europa, dopo mesi di cammino, rischi di ogni genere, traversate avventurose in barca.

Era ancora minorenne Muhammad quando ha iniziato a fare lavoretti nei ristoranti, nei magazzini dove si prepara la biancheria per gli alberghi e i bed & breakfast. “Osservavo i rider che venivano a prendere le consegne, ho pensato che avrei potuto fare anche io quel lavoro e guadagnare qualcosa in più”. Detto fatto, il giovane pakistano è diventato uno dei fattorini che il delivery food impegna un giorno sì e l’altro pure per consegnare il cibo a domicilio. “Ci pagano a consegna – spiega – tre, quattro, massimo cinque euro a missione. Gli spostamenti e i costi sostenuti per il lavoro sono a carico nostro, se hai fortuna devi fare tragitti brevi, se non ce l’hai devi pedalare anche per più di un’ora fra andare e tornare”.

Giornate intense, intensissime, e quando arriva la fine del turno resta davvero poco in tasca. “Un posto letto costa 200, 250 euro al mese, e non è nemmeno facile trovarlo. Io vivo a Firenze, abito nel quartiere di Novoli, e devo usare la bicicletta elettrica anche per arrivare al lavoro, in centro città”. Per dare assistenza a questi figli di una contemporaneità malata, la Camera del Lavoro ha aperto, prima in Italia, ‘Casa Rider’. “Lì ci si può riposare, rifocillare, ricaricare il cellulare, farsi spiegare quali sono i nostri diritti nel rapporto con la piattaforma”.

Sono quasi tutti migranti i rider, una condizione che nel nostro paese espone a problemi di ogni genere. Muhammad non può tornare in patria perché ha un permesso di soggiorno per asilo umanitario. “Sarà mia moglie a raggiungermi, anche per questo avrei bisogno di più soldi per riuscire ad affittare una piccola casa tutta mia”. Il lavoro dei rider del food delivery non è un ‘lavoretto’, ma un impiego vero e proprio. Eppure la precarietà economica e sociale è fortissima, costringe questi ragazzi a guardarsi intorno per trovare altre cose da fare. “La notte lavoro in un magazzino, un turno di cinque ore, perché le spese sono tante e la paga dei rider non basta”, conferma.

Da anni, in assenza di leggi che li tutelino, i rider chiedono più soldi per ogni ordine ricevuto, rimborsi per la manutenzione della bicicletta e altre minime tutele. Ma le piattaforme del food delivery, con rarissime eccezioni, hanno sempre fatto orecchie da mercante. Così alla fine è intervenuta la magistratura: la procura di Milano ha messo sotto controllo giudiziario con l’accusa di caporalato Foodinho, società di delivery del colosso spagnolo Glovo. Le accuse raccontano che i rider, 40mila quelli impiegati in tutta Italia solo per questa società, ricevono paghe ridicole, di gran lunga inferiori rispetto alla soglia di povertà. Paghe che non garantiscono quella ‘esistenza libera e dignitosa’ prevista dall’articolo 36 della Costituzione. Di qui l’accusa di caporalato, perché i rider sono persone in stato di bisogno.

“Siamo quasi tutti uomini, in maggioranza giovani e stranieri – aggiunge Muhammad – le donne si contano sulle dita di una mano. Quando non si possono fare le consegne ci troviamo nei guai”. Questi ciclofattorini corrono anche il rischio di essere penalizzati dall’algoritmo e veder decurtato il numero delle consegne. L’organizzazione del lavoro è tutta nelle mani delle piattaforme, con turni decisi unilateralmente, controllo dei tempi, dei percorsi e delle prestazioni. E, appunto, sistemi vessatori che equivalgono a veri e propri provvedimenti disciplinari. Non c’è un capoufficio con cui poter discutere e così va avanti un sistematico sfruttamento. ‘Casa Rider’ aiuta anche in questo, cercando poi di trovare, seppur con enorme difficoltà, abitazioni decenti per i ragazzi.

Il Nidil Cgil ce la sta mettendo tutta, Rubén Zappoli ormai conosce molti dei rider che girano per le vie e le piazze di Firenze, li assiste e aiuta. Non solo il rischio di incidenti è sempre dietro l’angolo nel traffico impazzito e congestionato della città, ma ci sono anche ristoratori sgarbati e arroganti, clienti che tentano di non pagare la consegna, attese insopportabili aspettando il messaggio che ti assicura una nuova consegna. Eppure Muhammad Usman non perde il sorriso, ha fatto domanda di ricongiungimento familiare e sogna il giorno in cui potrà finalmente riabbracciare la sua giovane moglie.

(9 febbraio 2026)