Si arricchisce di un nuovo capitolo la strategia di repressione del dissenso che sta colpendo gli istituti superiori e i giovanissimi che li frequentano. Fa rabbrividire la storia di una studentessa minorenne convocata dai servizi sociali insieme ai genitori, solo per aver partecipato con compagne e compagni di scuola ad una manifestazione sindacale. “Un fatto davvero inquietante – denunciano studenti e studentesse del Collettivo K1 del liceo fiorentino Machiavelli Capponi – all’interno di una scuola che si è sempre posta in prima fila contro le ingiustizie, dallo sfruttamento dei lavoratori a Prato al genocidio del popolo palestinese”.
In difesa della ragazza, 17 anni, italiana di seconda generazione, sono state raccolte in pochi giorni centinaia di firme, di studenti e anche del corpo docente: “È molto grave che solo per il fatto che una studentessa abbia partecipato a una manifestazione diventi vittima di un atto persecutorio – ha denunciato una insegnante – stiamo parlando di una ragazza corretta, gentile, sono orgogliosa di averla come allieva”.
Eppure è successo, solo perché la ragazza aveva partecipato a un sit-in promosso dal sindacato di base Sudd Cobas con gli operai della stireria L’Alba di Montemurlo. Uno dei tanti casi di sfruttamento ai danni di lavoratori indiani e pachistani, sottoposti a un impiego non-stop sette giorni su sette e per più di dieci ore a turno, come avviene da anni nella miriade di piccole aziende del comprensorio tessile che producono per i grandi marchi della moda. La protesta si svolse davanti alla boutique di Patrizia Pepe in piazza del Duomo a Firenze, brand che non voleva partecipare al tavolo sindacale a cui avevano già aderito altri committenti della stireria. Ma manifestare per i diritti del lavoro, di questi tempi, è peccato mortale: “Non lo fare più”, hanno ordinato alla studentessa i servizi sociali.
