
Dal 17 al 22 febbraio scorsi una delegazione dell’Arci ha visitato l’isola sottoposta all’embargo e alle minacce militari degli Usa.
La recente missione dell’Arci a Cuba si è svolta in uno dei momenti più difficili per l’isola negli ultimi anni. Blackout continui, crisi energetica, difficoltà nell’accesso ai beni essenziali, razionamento del gasolio, ridimensionamento delle produzioni, gravi difficoltà nel quotidiano per tutte e tutti. Ma ciò che colpisce, al di là delle immagini immediate, è la dimensione internazionale della crisi cubana. Che merita di essere vista e letta in profondità.
Il ‘bloqueo’ che da quasi settant’anni colpisce l’isola non è un residuo della Guerra fredda. È uno strumento contemporaneo di pressione economica che produce effetti sociali profondi. Le sanzioni non sono mai neutrali: colpiscono prima di tutto lavoratrici e lavoratori, incidono sulla sanità, sull’energia, sull’approvvigionamento di farmaci e tecnologie. Parlare di Cuba oggi significa interrogarsi sull’uso politico delle sanzioni come arma sistemica nelle relazioni internazionali. Passate in questi anni per lo più sotto silenzio e dunque diventate quasi normalità.
“Cuba senza bloqueo sarebbe un Paese più generoso, più solidale, più prospero. Ma sarebbe anche un grande problema per il mondo egoista”, ha detto Silvio Rodriguez, uno dei massimi interpreti della musica cubana. Una frase che rende il Re nudo, noi occidentali di fronte alle nostre colpe, e colpisce al cuore l’ordine globale fondato su colonialismo e autoritarismo.
Visto da questa prospettiva assume una valenza più profonda perché siamo di fonte al Paese che ha scelto di “esportare” medici, non armi, come ricordato durante uno degli incontri avuti. Le brigate sanitarie internazionali hanno operato in decine di Paesi, Italia compresa, durante la pandemia. In molte parti del mondo – Italia compresa – stanno ancora operando per garantire una sanità accessibile a tutte e tutti. È un modello di cooperazione che si muove in direzione opposta rispetto alla crescente militarizzazione delle relazioni internazionali e all’uso della forza. E appare davvero come una beffa che quelle operazioni in passato siano state definite “missioni di pace” o “esportazione della democrazia” e che anche adesso, il blocco totale su Cuba, venga giustificato come una operazione “per la libertà del popolo cubano”.
Oggi assistiamo a una corsa globale al riarmo senza precedenti dalla fine della Guerra fredda. L’Europa aumenta la spesa militare, gli Stati Uniti consolidano la propria proiezione strategica, nuovi poli di potere emergono in un contesto di competizione crescente. In questo scenario, l’uso delle sanzioni economiche come strumento di pressione si è normalizzato. Ma non per tutti.
Cuba è uno dei casi più longevi e simbolici di questa dinamica. L’embargo statunitense, rafforzato negli ultimi anni, produce effetti concreti: razionamenti energetici, difficoltà di importazione, restrizioni finanziarie. In alcune zone dell’isola la corrente è mancata in queste ultime settimane fino a quaranta ore consecutive. Io non riesco a comprendere come si possa vivere a quelle latitudini senza quaranta ore di elettricità. In alcuni ospedali si opera in sala operatoria alla luce dei telefoni cellulari. Non sono immagini propagandistiche, ma il risultato di un sistema di restrizioni che incide sulla vita quotidiana. Altro che sanzioni “per liberare il popolo cubano”!
Alla Casa de las Américas abbiamo discusso del ruolo della cultura nei tempi di guerra e di crisi globale. Il blackout che ha interrotto la conferenza è diventato, paradossalmente, una metafora: anche al buio la discussione continua. In un mondo in cui lo spazio pubblico si restringe, la cultura resta uno dei luoghi di elaborazione critica ed è per questo che, pur con la sospensione di tutte le attività della celebre Feria del Libro de l’Avana, abbiamo confermato all’Unión de Escritores y Artistas de Cuba (Uneac) una cooperazione trentennale che attraversa stagioni politiche diverse. Abbiamo organizzato la presentazione del libro vincitore dell’ultima edizione, senza corrente elettrica e la frase pronunciata dal vincitore del Premio Italo Calvino – “La fortuna è avere degli amici” – richiama un punto centrale: la solidarietà internazionale non è un residuo ideologico del passato, ma una necessità politica in un mondo così frammentato.
L’inatteso incontro con il presidente Miguel Díaz-Canel ci ha poi offerto l’occasione per discutere non solo della crisi energetica, ma del quadro globale. Una domanda resta sul tavolo: come può essere credibile che un’isola sottoposta ad embargo da quasi settant’anni, di circa dieci milioni di abitanti possa realmente rappresentare una minaccia strategica per la principale potenza mondiale? Non se ne capacita il presidente cubano e non ce ne capacitiamo noi.
Lo scrivo anche qui; non si tratta di negare le contraddizioni interne di Cuba. Ogni sistema politico ha limiti e criticità. Ma la questione centrale è un’altra: è legittimo mantenere per oltre mezzo secolo un regime di sanzioni che incide direttamente sui diritti sociali fondamentali? E quale ordine internazionale si costruisce se la pressione economica diventa prassi ordinaria?
Anche per il mondo del lavoro organizzato queste domande non sono lontane. Le sanzioni colpiscono lavoratori. La militarizzazione sottrae risorse al welfare. La compressione degli spazi democratici riduce le libertà sindacali.
La solidarietà tra popoli è parte integrante della cultura del movimento sindacale internazionale ed è anche per questo che insieme Arci, Cgil, Anpi e Italia-Cuba hanno lanciato, a fine 2025, una campagna di sottoscrizione per Cuba, “Energia per la Vita. Accendiamo una luce su Cuba”, per sostenere progetti di sviluppo dedicati all’energia alternativa.
Cuba rappresenta un banco di prova come è per Gaza. Sono due simboli che vanno oltre ciò che accade e oltre l’immediata immagine. Quindi non tanto per nostalgia o appartenenza ideologica, ma perché obbliga a interrogarsi sulla direzione che sta prendendo il mondo. Se la risposta alle crisi è l’aumento della spesa militare, l’inasprimento delle sanzioni, la competizione permanente, allora il rischio è un ordine globale sempre più instabile e diseguale. “Elementare Watson”, commenterebbe Sherlock Holmes.
La missione a Cuba dunque non è stata solo un gesto simbolico. È stata l’affermazione di un principio: il diritto internazionale deve valere per tutti. Le sanzioni non possono trasformarsi in punizioni collettive. La cooperazione deve tornare a essere centrale nelle relazioni tra Stati e tra società civili.
In un tempo dominato dall’idea che non esistano alternative, continuare a costruire reti, relazioni, iniziative comuni tra organizzazioni sociali e sindacali significa affermare che un’altra direzione è possibile. Non come slogan, ma come pratica concreta.
La questione cubana, in fondo, è una questione globale: riguarda il modello di sviluppo, il ruolo delle sanzioni, il rapporto tra potenza e diritto, tra forza e cooperazione. Ed è dentro questa cornice che va letta, al di là delle semplificazioni e delle narrazioni polarizzate.
Se vogliamo un ordine internazionale fondato sulla giustizia sociale e non sulla supremazia militare, la solidarietà non è un sentimento. È una scelta politica.
(25 febbraio 2026)
