A numero ormai chiuso, dobbiamo purtroppo cambiare il nostro editoriale.

Mentre scriviamo (primo pomeriggio del 28 febbraio) le città dell’Iran sono sotto il bombardamento congiunto delle forze militari di Usa e Israele, e missili iraniani, in risposta, cercano di colpire obiettivi in Israele e nelle basi militari statunitensi in Bahrein, Qatar, Kuwait, Emirati.

Non è prevedibile dove potrà arrivare l’escalation nella regione e nel mondo. Mentre è del tutto chiaro che, come sempre, sono soprattutto civili innocenti ad essere colpiti – si parla già di decine di bambine uccise in una scuola elementare a Teheran – e che l’ennesima guerra israelo-statunitense non ha alcuna legittimazione sulla base del diritto internazionale, quale che sia il giudizio sul regime degli Ayatollah.

L’obiettivo apertamente dichiarato di un “regime change” a Teheran non ha nulla a che vedere con i diritti delle donne e la libertà degli iraniani. È l’epilogo atteso, proclamato e costruito dalle cancellerie occidentali per ridisegnare il Medio Oriente con l’unica potenza – già nucleare – di Israele che controlli incontrastata la regione, a garanzia degli interessi petroliferi, economici e commerciali di Usa ed Europa e contro l’espansione economica e commerciale cinese. Che può non piacerci, ma finora ha usato “armi” economiche e finanziarie e quello che chiamiamo soft power, rifuggendo da avventure e minacce militari.

Anche per chi ha fatto finta di non vedere, diventa ancora più chiaro che il genocidio del popolo palestinese – non certo fermato dalla presunta “tregua” trumpiana, e dalla sostituzione con il privato e miliardario “Board of Peace” di un’Onu sempre più delegittimata e svuotata delle sue prerogative proprio dalle potenze occidentali (guerre in Afghanistan, Iraq, Libia, ecc.) – era ed è funzionale alla “grande Israele”, non solo più dal Giordano al mare ma in tutto il Medio Oriente. Fino all’Eufrate, come si è lasciato scappare il ciarliero Mike Huckabee, ambasciatore statunitense a Tel Aviv.

Il candidato a stelle e strisce al Nobel per la Pace minaccia la Groenlandia, strangola Cuba, sequestra il legittimo presidente del Venezuela, finge di trattare con l’Iran per poi aggredirlo militarmente, mette in stato d’assedio le città democratiche Usa per la guerra contro i migranti. E si divide le sfere di influenza con Putin, un po’ nemico e un po’ socio d’affari in Ucraina.

Tutto questo accade con l’aperto consenso del governo italiano e i blandi richiami alla moderazione da parte di un’asservita Unione europea in cui, sia a livello intergovernativo che parlamentare, la maggioranza Ursula è sempre più puntellata dall’estrema destra, con il balbettare dei Socialisti e Democratici.

Ancora una volta solo la mobilitazione popolare può dire No alla guerra, al riarmo, alla distruzione di ogni possibilità di civile convivenza e cooperazione tra i popoli. Scendiamo ovunque nelle piazze, riportiamo nelle strade la grande forza delle mobilitazioni dello scorso ottobre.

Fermare la guerra, con tutti gli strumenti democratici a nostra disposizione, è la sola, imprescindibile Via Maestra.