
Il 12 febbraio scorso, la Sala Buozzi della Camera del Lavoro di Milano ha ospitato un momento di riflessione e denuncia che va oltre la cronaca sindacale. L’iniziativa “I diritti non si arrestano”, promossa dalle Camere del Lavoro di Milano, Monza e Varese e dalla Cgil Lombardia ha portato al centro una realtà spesso invisibile: quella di chi, privato della libertà personale, rischia di essere privato anche della dignità di cittadino.
L’occasione è stata la presentazione del lavoro svolto dalle operatrici e dagli operatori della Cgil, delegati, funzionari sindacali e di Patronato negli istituti penitenziari di Milano (San Vittore, Bollate, Opera), Monza e Varese (Varese e Busto Arsizio). Un’attività che dimostra come la tutela dei diritti non possa fermarsi davanti alle mura del carcere.
Il senso di una sfida: curare gli alberi pensando alla foresta
Garantire diritti alle persone più fragili, come i detenuti, non è un esercizio di stile ma una necessità democratica. Come sottolineato nella relazione introduttiva, a cura di Ivan Lembo dell’ufficio Politiche sociali Cgil Milano, anche in questo contesto operiamo per la piena attuazione della “Via Maestra”, la nostra Costituzione, fondata sul principio di umanità e sulla finalità rieducativa della pena.
In un sistema dove l’indifferenza rischia di diventare la norma, l’azione sindacale si configura come un atto di cura: “curare gli alberi mentre si pensa a come rifare la foresta”. Non si tratta solo di compilare pratiche, ma di riconoscere che la responsabilità verso chi è “dentro” resta sempre collettiva.
Le operatrici e gli operatori del Patronato che entrano in carcere lo ricordano ogni giorno: gli sportelli diventano presidi democratici e luoghi di ascolto capaci di contrastare il “tempo vuoto” e la solitudine, rendendo i diritti concretamente esigibili. Alzare lo sguardo dalle pratiche e dallo sportello per incrociare quello delle persone che hanno bisogno diventa parte essenziale di questo lavoro quotidiano. Senza questo supporto molti detenuti non potrebbero accedere a prestazioni fondamentali come invalidità civile, pensioni o certificazioni Isee necessarie per ottenere benefici sociali.
Una funzione centrale riguarda l’assistenza nella richiesta della Naspi, che rappresenta oltre la metà delle pratiche patrocinate. La tutela prosegue anche attraverso ricorsi contro la condotta discriminatoria dell’Inps che, dal 2019, non riconosce il diritto al sussidio di disoccupazione ai detenuti lavoratori.
L’iniziativa è stata anche occasione di confronto con operatori pubblici e del privato sociale sulle condizioni sempre più critiche del sistema penitenziario. I dati presentati delineano un quadro allarmante: al 12 febbraio 2026 si contano già 286 morti nelle carceri italiane dall’inizio dell’anno, di cui 86 suicidi. Il sovraffollamento è ormai strutturale, con punte del 239% a San Vittore, del 207% a Busto Arsizio e del 183% a Monza, condizioni che rendono la vita detentiva inumana e degradante.
In questo contesto il carcere rischia di trasformarsi in un “contenitore selettivo” di povertà, disagio sociale e sofferenza psichica.
“Ti mettiamo dentro perché non sappiamo dove altro metterti”
La presenza di disturbi mentali tra i detenuti è nettamente superiore rispetto alla popolazione generale: circa il 27% soffre di patologie psichiatriche maggiori e tra il 30% e il 35% presenta problemi di dipendenza. Nel 2025, alla Casa Circondariale di Monza, le diagnosi hanno evidenziato un aumento di pazienti complessi, con una forte incidenza tra i giovani tra i 18 e i 34 anni.
Il rischio è che le carceri tornino a essere di fatto dei “manicomi”, luoghi nei quali persone con gravi fragilità vengono trattenute senza adeguati percorsi di cura. Quando il carcere diventa la risposta alla marginalità sociale, la questione non riguarda solo chi è detenuto, la questione ci riguarda tutti.
Per questo esperienze di presenza e tutela sindacale assumono un valore più ampio: ricordano che i diritti non si arrestano, e che il modo in cui trattiamo quelli che sono considerati gli ultimi tra gli ultimi della nostra società resta il vero termometro della civiltà democratica del Paese.
