
Viviamo un tornante storico, da non sottovalutare né rimuovere. È qui che si inserisce la campagna referendaria, diventata molto aspra, come avevamo previsto. I mali della giustizia italiana non si possono infatti curare manomettendo, con una revisione costituzionale profonda, la Costituzione, come vuole imporre il governo.
Ogni giorno che passa è sempre più chiara e devastante la campagna elettorale per il Sì: i magistrati sono nemici del popolo; il Consiglio Superiore della Magistratura, presieduto dal Capo dello Stato, è una struttura paramafiosa.
Come Comitati per il No rispondiamo con una campagna politica e sociale, rapportandoci ai territori, ai sindacati, ai movimenti di lotta, alle soggettività sociali, a chiunque si opponga ad una torsione autoritaria. Vi è infatti una materialità sociale del referendum, una impronta classista della revisione costituzionale. Dovremo portare la discussione nei luoghi della produzione e del conflitto, del sapere, svelando la vera posta in gioco, nascosta dal populismo propagandista del governo.
Noi non siamo il “partito dei giudici”; il nostro è un No garantista, costituzionale, contro una revisione della Costituzione che è anatomia e tassello di una svolta autoritaria. Avremmo voluto si parlasse di vera riforma della giustizia; di giustizia del lavoro; di condizione carceraria; di costi della giustizia; di folle moltiplicazione di figure di reati e di sanzioni. E dobbiamo contrapporre la nostra concezione della sicurezza sociale e democratica al securitarismo e al panpenalismo.
Quale è, allora, il progetto del governo? Il governo vuole, a nostro avviso, un giudice che garantisca la sicurezza del potere (cioè l’arbitrio) invece della sicurezza dei cittadini dal potere.
La magistratura è un potere dello Stato; ed è anche un limite al potere. Deve arginare i diritti dall’arbitrio pubblico e privato. È fondamentale, dunque, la sua indipendenza.
Il disegno strategico del governo è sottomettere il potere giudiziario all’esecutivo. Con una sorta di populismo plebiscitario. Non a caso Giorgia Meloni sostiene che i giudici devono rispondere al popolo. Ma, in tal modo, finiscono con il diventare “braccio armato” del governo.
La Costituzione, invece, scrive che i giudici amministrano la giustizia “in nome del popolo”. Siamo, infatti, convinti che il passo successivo di questa controriforma sarà l’attacco del governo, già annunziato, all’articolo 112 della Costituzione: “Il pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale”. Se viene abbattuto l’articolo 112, sarà il governo a decidere in quali settori il pubblico ministero dovrà svolgere prevalentemente le sue indagini. Temiamo che il governo non indicherà certamente, tra le indagini da privilegiare, i reati delle mafie, l’evasione fiscale, la condizione operaia e dei detenuti. Verranno indagati preferibilmente migranti, attivisti sociali, le vite tormentate degli sfruttati. E, soprattutto, le ragazze, i giovani, che sognano di cambiare mondo e società.
La collocazione, inoltre, della pubblica accusa fuori dal campo della giurisdizione ne riduce la natura di organo di garanzia; ne riduce, quindi, l’indipendenza. Non a caso, la revisione costituzionale Nordio-Meloni ha percorso un iter parlamentare dominato dal governo. Senza reale confronto, come prevede l’articolo 138 della Costituzione. A colpi di maggioranza. Eppure si discuteva, in un Parlamento inerte, di Costituzione.
Piero Calamandrei, un padre della nostra Costituzione, sosteneva che il governo non dovesse in alcun modo intervenire nel dibattito sulle revisioni costituzionali. Anzi, scriveva, “i banchi del governo devono rimanere vuoti durante quel dibattito”. La controriforma apre ad un rapporto privilegiato e assoluto tra il pubblico ministero e la polizia: indebolisce il giudice come contropotere e rafforza il giudice come oppressore. La figura del giudice oppressore è coerente con la trasformazione in atto dei diritti sociali come tema di ordine pubblico e del conflitto sociale come campo della repressione autoritaria e non delle libertà. Se l’indipendenza del giudice sarà sfibrata saranno normalizzate le distorsioni repressive e la giustizia sarà sempre più classista. Il conflitto diventa nemico della “ragion di Stato”, come il governo afferma ogni giorno con leggi repressive e attaccando le stesse libertà sindacali e di manifestazione.
Questa controriforma, in definitiva, è un tassello pericoloso nella costruzione di un potere che vuole liberarsi dai controlli costituzionali, nel contesto di una democrazia autoritaria segnata dalla verticalizzazione del potere, attraversata da una militarizzazione crescente. Tutti i meccanismi della controriforma (doppio Csm, Alta Corte Disciplinare, ecc.) sono tesi alla mortificazione della magistratura, travolgendo quel delicato e perfetto equilibrio tra poteri che è fondamento della democrazia costituzionale. Meloni pretende un plebiscito reazionario, che apra la strada verso il premierato.
Il nostro No dovrà impedirlo.
(18 febbraio 2026)
