
Anche sulla lotta al gender pay gap il primo governo italiano guidato da una donna svende le donne sul banco della politica. Il 5 febbraio scorso il Consiglio dei ministri ha approvato lo schema di decreto legislativo per il recepimento della Direttiva sulla trasparenza salariale che ha come obiettivo la lotta alle differenze uomo/donna sul lavoro, differenze retributive ma anche di progressione di carriera, per esempio. Un tema che nel mondo al rovescio di questi giorni, fatto di potenti e prepotenti che, senza pudore alcuno, stanno manomettendo le regole che pongono un freno alla loro spaventevole bulimia di denaro e potere, è passato quasi in sordina. Eppure la Direttiva Ue 970/2023, voluta dalla prima Commissione von der Leyen nell’ambito della Strategia 2020-2025 sulla parità di genere, è potenzialmente rivoluzionaria per le donne e per il mondo del lavoro più in generale.
Lo sanno bene le imprese che, a livello europeo e nazionale, hanno fatto di tutto per ostacolarla, adducendo le motivazioni più disparate: troppa complessità, costi troppo elevati – pagare le donne quanto gli uomini costa troppo? – troppa burocrazia, rischio troppo elevato di contenzioso.
In Europa la von der Leyen, per quanto oggi alla guida di una Commissione e con un Parlamento più spostati a destra rispetto a quelli che votarono la direttiva, ha rispedito al mittente le critiche.
Invece in Italia, purtroppo, il governo Meloni ha usato un altro metro, trascurando il recepimento fino alla scorsa primavera, quando Cgil, Cisl e Uil hanno inviato una richiesta di confronto che ha prodotto un incontro prima dell’estate e un altro a settembre, insieme alle associazioni e alle parti datoriali. Un lavoro di pura facciata, come si è visto due settimane fa, quando le parti sono state riconvocate dal Gabinetto del ministero del Lavoro per annunciare, in totale assenza anche solo di una bozza, che la procedura sarebbe passata in Consiglio dei ministri per il voto. Di fatto quello che è stato approvato è un testo che smentisce promesse e ipotesi formulate fin lì, e soprattutto svuota la direttiva dei contenuti più innovativi e utili.
L’impatto forte della Direttiva Transparency si basa principalmente su tre leve: la trasparenza delle retribuzioni suddivise per sesso e anonimizzate, strumento oggi negato dalla privacy ma indispensabile a dimostrare che uomini e donne vengono retribuiti diversamente anche svolgendo lo stesso lavoro; l’introduzione di meccanismi che danno sostanza al concetto di uguale retribuzione per un “lavoro di pari valore”; un potenziamento delle tutele giurisdizionali con un chiaro favore verso la parte debole del processo, lavoratrici e lavoratori.
Per avere un’idea delle potenziali conseguenze di un recepimento pieno della direttiva che consentirebbe, a parità di lavoro o per un lavoro di pari valore, di richiedere un compenso uguale, può essere utile citare gli ultimi dati sulle retribuzioni uomo/donna presentati dall’Inps nel suo annuale Rendiconto di genere lo scorso 24 febbraio.
Nel nostro Paese il gender pay gap, calcolato accorpando pubblico e privato, supera il 25%, e, in ambito previdenziale, arriva a toccare il 47%, cifre che testimoniano un’ingiustizia gravissima che rende le donne più deboli, meno autonome, meno indipendenti. Guardando più attentamente al Rendiconto poi, è immediatamente chiaro il doppio sistema di discriminazione delle donne, che non solo guadagnano meno per lo stesso lavoro ma vengono segregate nei settori a retribuzione più bassa e nei livelli lavorativi intermedi, il famoso soffitto di cristallo.
La direttiva interviene anche su questi aspetti, sia stimolando una diversa valutazione del “valore lavoro” che dovrebbe, tra gli altri elementi, considerare oltre allo sforzo fisico anche la fatica psico-emotiva o altri criteri oggi non considerati, legati alle professioni a maggiore presenza femminile, sia accendendo un faro sui criteri delle promozioni.
Alcuni Paesi europei, come la Spagna, hanno colto l’opportunità della Direttiva Transparency per promuovere un sistema e una cultura maggiormente paritari e una società più giusta. Non così per l’Italia del governo Meloni che su questo tema, come su altri gender sensitive quali la lotta alla violenza maschile contro le donne, le politiche per le famiglie omogenitoriali o l’educazione alla sessuo-affettività nelle scuole, continua pervicacemente a difendere un modello sociale basato sugli interessi delle imprese, e su un’organizzazione sociale che ruota attorno alla figura del pater familia, come ai tempi del diritto romano.
La Ces, che aveva svolto un’importante azione di lobbying nella stesura della direttiva, ha scelto la lotta al gender pay gap e la promozione della Trasparency come tema per l’8 marzo 2026. Perché lottare per la parità retributiva uomo/donna non è solo un tema economico ma di vera autodeterminazione.
