Il governo ha emanato ancora un altro decreto sicurezza, il Dl 24 febbraio 2026, n. 23, recante “Disposizioni urgenti in materia di sicurezza pubblica, di attività di indagine dell’autorità giudiziaria in presenza di cause di giustificazione, di funzionalità delle forze di polizia e del ministero dell’Interno, nonché di immigrazione e protezione internazionale”.

Ancora una volta si conferma lo schema secondo cui l’immigrazione è materia di sicurezza pubblica che va trattata principalmente attraverso gli strumenti della repressione e del controllo. Nel paradigma del governo, e delle destre europee e statunitensi, prima viene la repressione e dopo il controllo. Il decreto sicurezza stabilisce l’affermarsi di questa prassi attraverso i respingimenti e la reclusione nei Cpr non solo dei migranti “irregolari” ma anche dei richiedenti asilo. E l’Ue fa la sua parte producendo leggi che vanno in questa direzione, come la recente approvazione delle norme sui Paesi terzi sicuri, che parlano di respingimenti alla frontiera e in acque internazionali, e soprattutto di detenzione amministrativa.

Il Parlamento europeo il 10 febbraio scorso ha dato via libera alle nuove regole sull’applicazione del concetto di “Paese terzo sicuro”, che ampliano la possibilità per gli Stati membri di dichiarare inammissibili le domande di protezione internazionale e di indirizzare i richiedenti verso Stati non Ue considerati sicuri. In base al nuovo impianto, non sarà più necessario dimostrare sempre un legame individuale specifico con il paese terzo: l’applicazione potrà avvenire infatti se ricorre una delle condizioni previste, tra cui il transito nel “Paese terzo sicuro” prima dell’arrivo nell’Unione europea, oppure l’esistenza di un accordo o un’intesa, bilaterale, multilaterale o dell’Ue, che preveda l’ammissione dei richiedenti asilo, ad eccezione dei minori non accompagnati.

L’intento dichiarato dalla Commissione sarebbe di cambiare le norme in vigore per una accelerazione delle procedure di asilo. Il vero obiettivo invece è di dichiarare inammissibili quante più domande di asilo possibile. Tanto che il ricorso contro una decisione di inammissibilità non sospenderà automaticamente le decisioni di rimpatrio, e il richiedente asilo attenderà l’esito dall’interno di una struttura in stato di detenzione amministrativa dentro o fuori l’Unione europea.

Queste nuove norme, in realtà, hanno l’obiettivo di aprire la strada a procedure di rimpatrio più rapide e molto sommarie, determinando un profondo restringimento del diritto di asilo verso un sistema europeo basato sui respingimenti, e la detenzione dei migranti in violazione dei trattati e delle convezioni internazionali.

Il governo Meloni rivendica la vittoria del modello italiano in Europa, perché alle pressioni dell’estrema destra su scala europea l’Italia risponde “presente”, e la Commissione percorre la stessa strada anche grazie all’appoggio del Ppe. Il vero modello sposato dalla Commissione e approvato dal Parlamento di Strasburgo non è tanto sulla materia, ma sul metodo. Infatti, l’Ue ha fatto come l’Italia, tirando dritto, affermando la supremazia del potere esecutivo, nonostante il pronunciamento sul protocollo Italia-Albania della Corte di Giustizia Europea che, con la sentenza del 1° agosto 2025, ha affermato che uno Stato membro non può designare un Paese come “Paese di origine sicuro” se non garantisce condizioni di sicurezza per tutte le persone. Ovvero, un Paese non può essere dichiarato sicuro da una norma dell’esecutivo, ma dev’essere un giudice, sulla base di valutazioni riferite al caso specifico, a stabilirlo.

Quella delle ultime settimane è stata una vera e propria staffetta tra l’Ue e l’Italia in una gara a colpire ancora di più il diritto internazionale e fare carta straccia dei Trattati internazionali a tutela delle persone in movimento, in un gioco al massacro dei diritti umani e della giustizia per i più deboli.

Di fronte a una deriva che sembra inarrestabile, il movimento sindacale internazionale oggi ha il dovere di contrastare in ogni Paese e a livello globale l’avanzamento di politiche discriminatorie e xenofobe, a partire dall’affermazione del principio di libertà di movimento e di dignità dei lavoratori migranti.

Ad aprile il gruppo della Rete sindacale migrazioni mediterranee e subsahariane (Rsmms) sulla regolarizzazione dei migranti senza documenti, presenterà la “Dichiarazione di posizione dei sindacati europei aderenti alla Rete Rsmms sulla tutela dei diritti dei migranti senza documenti”, redatta con il contributo della Ces, della Csi e della Piattaforma per la cooperazione internazionale sui migranti senza documenti. Un piano di lavoro su scala internazionale per affermare la centralità dei diritti umani, alla base dei valori fondanti dell’Europa, e rivendicare il principio che chi lavora non può essere irregolare.