
Nello Rossi e Armando Spataro, Le Ragioni del No. La posta in gioco nel referendum costituzionale, Laterza, pagine 144, euro 12.
Poiché non da oggi è in corso un forsennato attacco alle democrazie costituzionali su scala planetaria, l’appuntamento referendario del 22-23 marzo assume un rilievo che oltrepassa la nostra sfera nazionale. Inaugurata trent’anni fa, guarda caso, da Silvio Berlusconi, prosegue la campagna di denigrazione e di delegittimazione della magistratura da parte delle destre di governo, con il dichiarato intento di minare il delicato equilibrio dei poteri costituzionali.
A fronte di ben otto articoli della legge Nordio-Meloni, il libro “Le Ragioni del No”, di Nello Rossi e Armando Spataro, costituisce una guida efficace per comprendere la vera filosofia di questa subdola controriforma costituzionale, in quanto ricostruisce sul piano storico l’atavica avversione delle destre contro l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, e sviluppa una articolata comparazione dei vari ordinamenti giuridici in Europa.
Fanno bene gli autori a ricordare come, con una delibera del 21 dicembre 1925, l’Associazione nazionale dei magistrati decise di sciogliersi, per non diventare un’ appendice del regime fascista. E che, nel luglio 1971, Giorgio Almirante, segretario del Movimento sociale italiano, presentò una proposta di revisione costituzionale per introdurre l’estrazione con il sorteggio della componente togata del Csm, quale antidoto alla “politicizzazione dei magistrati”.
Inoltre, detto che le tesi dei “separatisti” erano contenute nel piano della P2 di Licio Gelli, e che già con i referendum falliti del 21 maggio 2000 e del 12 giugno 2022 era emerso il tentativo di “depotenziare il ruolo del pm, sottoponendolo al potere esecutivo”, si comprende come gli esclusi dal patto costituzionale del 1948 si muovano in perfetta continuità con il loro “album di famiglia”.
In ragione della loro estraneità ai valori fondanti del dettato costituzionale, gli esponenti di governo hanno confezionato una riforma tutta “ideologica”, indisponibile a qualsiasi discussione e modifica parlamentare, rivelando un estremismo e un revanscismo istituzionali decisamente contrastanti con l’immagine moderata che, camaleonticamente, la presidente del Consiglio ha tentato di accreditare nello scenario internazionale, al netto delle sue convergenze con la “morale” di Donald Trump.
Di converso in Europa, stante la consapevolezza di una tendenza globale alla regressione democratica e alla diffusione delle autocrazie, vi sono state alcune pronunce finalizzate a valutare ogni riforma istituzionale sulla base dei principi dello Stato di diritto. Risoluzioni in questa direzione sono venute dalla Procura europea e dall’Associazione internazionale dei magistrati, oltre ad un appello rivolto a Meloni, il 23 ottobre scorso, dalla giurista Margaret Satterthwaite, relatrice speciale Onu, che ha espresso un duro giudizio sul sorteggio “asimmetrico” tra i membri togati e laici del Csm e sull’istituzione dell’Alta Corte disciplinare.
Altresì una dichiarazione di solidarietà con la magistratura italiana è pervenuta nel novembre scorso da parte del Sindicato dos Magistrados del Portogallo, mentre ad esempio in Francia la discussione in corso è tesa a conferire al pm maggiore autonomia dall’esecutivo, nonostante le “resistenze politiche manifestatesi dopo le incriminazioni eccellenti” del recente passato.
D’altronde è proprio questo il nodo cruciale della controriforma, sul quale insistono Rossi e Spataro nella loro puntuale disamina: mentre oggi il pubblico ministero esercita la direzione e il coordinamento della polizia giudiziaria in qualsiasi indagine preliminare, nel rovesciamento del ruolo prospettato il pm sarebbe chiamato in qualità di “avvocato” a sostenere in giudizio le tesi della polizia giudiziaria, che, essendo tra l’altro gerarchicamente sottoposta alle direttive del governo, svolgerebbe autonomamente le indagini ai fini processuali. Questo perverso rovesciamento è in antitesi sia con il principio dell’indipendenza del pm, sia con quello dell’obbligatorietà dell’azione penale, che non può essere orientata politicamente, ovvero resa discrezionale, se non sterilizzata.
Se la maggioranza di governo ha messo ripetutamente sotto accusa la magistratura per le sentenze non gradite, l’obiettivo finale dei separatisti è stato ben evidenziato da Luigi Patronaggio, Procuratore generale di Cagliari, che su il manifesto del 22 febbraio ha affermato: “La riforma Nordio è volta a ridurre drasticamente il campo di azione della magistratura, con una irrimediabile caduta sul tema del controllo di legittimità e del contrasto ai poteri forti e occulti”. In un paese, per di più, dove in alcuni settori dell’economia l’accumulazione dei capitali è paramafiosa, poiché storicamente è preponderante il ruolo della borghesia mafiosa, in combutta con quegli esponenti della politica e della pubblica amministrazione risultati collusi e condannati in molteplici inchieste effettuate dalla magistratura negli ultimi decenni.
