
Proviamo a riflettere sul significato profondo della scuola e sul ruolo che ciascuno di noi, docenti e studenti, ricopre al suo interno. Siamo insegnanti con più di quarant’anni di esperienza didattica ma soprattutto siamo due insegnanti che hanno scelto di fare questo lavoro con convinzione e per passione, non perché ci è capitato per caso.
Siamo consapevoli che ciò che della scuola resta davvero negli studenti non sono le nozioni, le regole di francese o inglese, i verbi latini, le date delle battaglie, l’elenco dei filosofi greci o le ossidoriduzioni: le nozioni si dimenticano. Ciò che non si dimentica sono gli strumenti che la scuola insegna, la capacità di sapere reperire la nozione dimenticata nel luogo e nel momento giusto.
Edgar Morin, riprendendo Montaigne, sostiene che l’educazione deve privilegiare la capacità di organizzare, selezionare e collegare le conoscenze rispetto al semplice accumulo nozionistico. Una “testa ben fatta” è sempre preferibile rispetto a “una testa ben piena” perché permette di affrontare la complessità, risolvere problemi e sviluppare pensiero critico.
La competenza trasversale che la scuola ha il dovere di coltivare è soprattutto il senso civico, il rispetto per ogni idea, la libertà di espressione, il valore della pace, la capacità di convivere con la complessità.
Questi valori ed obiettivi non sono “di parte”: sono il fondamento stesso della nostra Costituzione, che rappresenta la cornice etica condivisa entro cui si forma ogni cittadino. La scuola non è un luogo neutro, e Paulo Freire lo ricordava bene: educare significa sempre compiere un atto politico, perché significa dare agli studenti gli strumenti per comprendere la realtà, per interpretarla criticamente, per scegliere con consapevolezza. Scegliere è appunto l’azione che connota la maturità civica: chi non sceglie è “ignavo”, e Dante gli ignavi li assegnava all’Inferno.
Nella vita occorre sempre scegliere, sorretti da una discriminante etica potente: basta pensare all’incisività silenziosa del bassorilievo presente al Binario 21 della Stazione Centrale di Milano che recita “indifferenza”, separando il mondo fuori dal tunnel da cui partivano i treni dei deportati. E’ l’indifferenza che ha permesso lo sterminio di milioni di ebrei, e non solo, durante la Seconda guerra mondiale, è l’indifferenza che porta a tollerare il genocidio in atto oggi a Gaza. La scuola non deve e non può essere un luogo in cui si coltiva l’indifferenza!
Se essere “insegnanti di sinistra”, significa promuovere la pace, la giustizia sociale, la cooperazione, l’interculturalità, allora sì: rivendichiamo con serenità di essere insegnanti che educano a questi valori, perché sono i valori che appartengono alla dignità umana e alla nostra democrazia.
Promuovere tra gli studenti un questionario che invita a segnalare docenti sulla base delle loro presunte idee politiche non ha nulla a che vedere con la formazione, con il pluralismo, con la libertà di pensiero.
La scuola non è un luogo di sospetto o di catechizzazione: è un luogo di crescita e di sereno e civile confronto.
Il nostro compito come insegnanti, ieri come oggi, non è indottrinare, o, peggio ancora “inculcare” come aveva sostenuto anni fa un ex Presidente del Consiglio, ma formare cittadini consapevoli, capaci di argomentare, di dissentire, di costruire, di scegliere. Se questo appare sospetto, forse il problema non è nella scuola ma nello sguardo con cui la si vuole osservare.
Non stiamo difendendo categorie o appartenenze ma vogliamo riaffermare il senso profondo della scuola pubblica e del nostro mandato educativo.
La scuola è un’istituzione della Repubblica, fondata sui valori della Costituzione. È il luogo in cui si cresce come cittadini, non come sorveglianti dei propri insegnanti. Ogni tentativo di classificare i docenti sulla base di presunte appartenenze politiche tradisce la natura stessa dell’educazione e rischia di trasformare la relazione educativa in un clima di diffidenza. Nessun insegnante vuole “indottrinare”, né imporre visioni di parte. Il nostro ruolo è quello di accompagnare i giovani alla maturità intellettuale e civile.
Le liste di segnalazione non appartengono alla cultura democratica. Incoraggiare gli studenti a denunciare i propri insegnanti sulla base di opinioni attribuite o percepite richiama pratiche che la storia ci ha insegnato a riconoscere e a respingere. La scuola non può diventare un luogo di schedatura ideologica.
La libertà di insegnamento e la libertà di apprendimento sono pilastri della convivenza democratica, non ostacoli da aggirare; il nostro ruolo di docenti è aiutare studentesse e studenti a crescere, offrire strumenti di lettura del mondo, sostenere il loro percorso verso una cittadinanza consapevole. Non chiediamo né abbiamo mai chiesto di condividere le nostre idee ma di imparare a confrontarvi con esse e con quelle degli altri, di esercitare la curiosità intellettuale, con rispetto, spirito critico e, anche, con spirito libero.
