“E questa vi sembra tregua? Fermiamo il genocidio a Gaza. Basta armi a Israele”. Frasi che scorrono su un maxischermo portato davanti a Palazzo Chigi e alla Farnesina da Greenpeace e Amnesty International. Immagini scioccanti di macerie, esplosioni, disperazione. Un pugno allo stomaco nel giorno della prima riunione del Board of Peace, l’organismo voluto dal presidente statunitense Donald Trump per appaltare la ricostruzione della Striscia di Gaza. Gli affari sono affari. Purtroppo i filmati riproposti dalle due organizzazioni internazionali sono stati girati dopo l’accordo di ‘cessate il fuoco’ dello scorso ottobre. Centotrenta giorni di tregua, più di 600 palestinesi uccisi dall’esercito di Tel Aviv, 100 erano bambini. Eppure il governo Meloni insiste, non sospende gli accordi commerciali e militari con Israele e ha scelto di partecipare come osservatore al Board of Peace di Trump, in violazione della nostra Costituzione. “La spesa militare è un cattivo affare per l’economia italiana. E il riarmo non ci rende più sicuri, anzi più aumentano le armi più aumentano i rischi di guerra, trascinando il mondo in una spirale bellica fuori controllo”, spiega Sofia Basso, Research Campaigner Pace e Disarmo di Greenpeace Italia.

Dieci anni fa i paesi Nato che avevano raggiunto il 2% del Pil in spese di riarmo erano solo tre, l’anno scorso erano 22 su 32 membri. Una escalation di tutto rispetto, e la Nato adesso vuole che si arrivi al 5% del Pil …

“Negli ultimi anni la spesa militare globale ha registrato aumenti record, soprattutto in Europa. Nello stesso periodo, il tasso di sicurezza globale si è drasticamente deteriorato. Più armi, insomma, non ci rendono più sicuri. Anzi: la corsa al riarmo ci sta trascinando in una spirale di guerre fuori controllo, sottraendo risorse alle vere priorità del Paese. L’Europa ha già una spesa militare tre volte la Russia, che spende un decimo della Nato. Eppure ai Paesi membri viene chiesto di armarsi ulteriormente, senza fornire alcun argomento razionale a sostegno dei target indicati: prima il 2% del Pil, adesso addirittura il 5%. Gli unici studi che circolano ci dicono che la spesa militare dei Paesi europei è segnata da sprechi e duplicazioni. Risolvere queste criticità implicherebbe una riduzione della spesa europea, non il suo incremento. Intanto il maggiore acquisto di armi statunitensi preteso da Donald Trump va nella direzione opposta della tanto auspicata ‘difesa comune europea’”.

Le aziende del comparto militare-industriale sono sempre più ricche, i loro bilanci parlano chiaro. Mentre le guerre continuano a provocare stragi di civili e intanto le diseguaglianze aumentano in tutto il mondo. Come si può invertire questa spirale distruttiva?

“Abbiamo calcolato che dal 2021 – anno precedente la guerra in Ucraina – al 2024, le aziende italiane di armi hanno raddoppiato i loro utili (+97%). Un risultato inedito per il comparto, raggiunto, di fatto, beneficiando delle stragi di civili. Il 2025 sarà ancora più redditizio per il settore. In novembre, Greenpeace ha proposto un emendamento alla legge di bilancio 2026 per l’istituzione di una tassa straordinaria di solidarietà sugli extra profitti del comparto, che avrebbe potuto generare un extra gettito di circa 750 milioni di euro da investire nel nostro sistema sanitario, che sta lasciando indietro sempre più persone. Pd, M5s e Avs lo avevano presentato, ma ovviamente il governo Meloni non lo ha adottato”.

Un altro luogo comune spesso ripetuto è che la spesa militare aiuti la crescita economica, non solo italiana. É vero? Sicuramente concentrare le risorse pubbliche sul riarmo toglie i fondi alle priorità sociali e ambientali, dalla sanità al welfare, alla transizione energetica. Si è passati dal green deal al war deal.

“Sì, lo spostamento dal green deal al war deal danneggia non solo le persone e il pianeta, ma anche l’economia. Il nostro studio intitolato ‘Arming Europe’ ha calcolato che la spesa in armi porta meno crescita economica e occupazionale, rispetto alla spesa in sanità, scuole e protezione ambientale. Una delle ragioni è che l’Italia importa la maggioranza delle sue armi dagli Stati Uniti, quindi buona parte del ritorno economico avviene fuori dal nostro Paese. Un euro speso in armi ha un effetto moltiplicatore di soli 74 centesimi, mentre un euro speso nella protezione ambientale ne genera quasi altri due. La spesa in armi crea anche pochi posti di lavoro: fino a un quarto in meno rispetto a un investimento di pari valore nell’istruzione”.

La sicurezza europea non sarebbe più garantita da accordi diplomatici, iniziative di prevenzione, disarmo?

“È evidente che invece di prepararsi alla prossima guerra, l’Unione europea dovrebbe prevenirla con iniziative diplomatiche e mettendo in campo quella che l’Onu chiama la ‘human security’, una sicurezza che non si assicura con le armi in pugno, ma garantendo i diritti umani, economici, sociali e ambientali. Bisogna anche dare forza agli strumenti del disarmo, come il Trattato per la Proibizione delle Armi Nucleari, che al momento è stato ratificato solo da Paesi che non posseggono l’atomica, lasciando il mondo in balia del rischio di una guerra nucleare. A fine gennaio, il Bulletin of the Atomic Scientists ha portato le lancette dell’orologio dell’apocalisse ancora più vicine alla catastrofe globale. Segno che il mondo sta andando dalla parte sbagliata”.

I finanziamenti comunitari e nazionali non contrastano più adeguatamente le emergenze sociali e ambientali: scuola, lavoro e ambiente sono diventate le cenerentole della finanza pubblica. I dissesti idrogeologici delle ultime settimane ci ricordano che il tempo a disposizione per intervenire sulla transizione energetica e la difesa dell’ambiente è poco, pochissimo. Che fare?

“È paradossale che mentre si moltiplicano gli allarmi per siccità, incendi e alluvioni, l’Unione europea stia smantellando il Green Deal, la nostra principale difesa dal caos climatico. La nostra proposta di tassa sugli extra profitti coinvolge anche il settore dei combustibili fossili, principali responsabili dell’emergenza climatica, per far pagare il conto a chi danneggia il clima e inquina l’ambiente. Con un’aliquota del 50% sui maggiori profitti incassati dal comparto, si potrebbero raccogliere dai 2,5 ai 3,5 miliardi di euro per alleviare la povertà energetica e mettere in sicurezza il territorio dal rischio idrogeologico. Roma e Bruxelles devono invertire la rotta e investire su transizione energetica, sanità, scuola e lavoro. Siamo ancora in tempo per fermare la crisi climatica e l’emergenza sociale. Poi sarà troppo tardi. Anche se saremo armati sino ai denti”.

Sondaggi alla mano, il popolo italiano non vuole la guerra. Ma i governanti tirano dritto, incuranti delle critiche. Greenpeace è in prima fila nel movimento che si oppone alla follia delle guerre e sostiene la Global Sumud Flotilla contro il genocidio a Gaza. Quanto è importante un movimento pacifista capace di colorare di arcobaleno le piazze e le strade del pianeta?

“Sì, il popolo italiano è da sempre contro le guerre e contro l’aumento della spesa militare. In autunno è esplosa anche la forte solidarietà verso la popolazione palestinese vittima di genocidio e verso l’iniziativa della Global Sumud Flotilla per rompere il blocco illegale di Israele a Gaza. Ci auguriamo che lo stesso sostegno si materializzi anche in aprile, quando la Flotilla si rimetterà in mare. Un robusto movimento pacifista è un monito e un ostacolo contro le scelte di questo governo, dal riarmo alla complicità con Israele. Soprattutto è importante in una fase come quella che stiamo attraversando, caratterizzata dal tentativo di militarizzare la società, tra carri armati nelle strade e nelle scuole”.

(24 febbraio 2026)