In Italia il settore del terziario avanzato, come per la maggior parte dei settori produttivi, è caratterizzato da moltissime piccole e medie imprese (Pmi). Vi sono poi i leader dei servizi di consulenza IT tra i quali Accenture, Capgemini, Deloitte, Reply.

La contrazione economica attuale, dovuta a crisi energetica, guerre e incertezza economica, ha inciso pesantemente sul settore consulenziale IT. Nel terziario avanzato i progetti IT più strategici sono in appannaggio dei grandi player, le medie e piccole imprese vivono su aree di nicchia applicative o tecnologiche, oppure ricoprono il ruolo di terze parti, fornendo risorse iper-specializzate o allocate su funzionalità secondarie di un progetto (sviluppi software non critici, data entry, etc.). Le Pmi hanno, generalmente, meno risorse da investire sui propri dipendenti.

Dietro facciate di successo e innovazione, a volte millantata, si nascondono problemi crescenti nella gestione dei dipendenti.

I consulenti IT sono tecnici qualificati e specializzati, lavorano su progetti di breve o lungo termine, in team multidisciplinari e in contesti geografici anche internazionali. La modalità di lavoro agile o smart work, a partire dal biennio del Covid, ha avuto una diffusione enorme con benefici per i lavoratori ma anche serie controindicazioni.

Un aspetto che caratterizza le società di consulenza IT è la possibilità che i responsabili intermedi (middle management), ma anche figure apicali, abbiano scarse capacità di gestione dei loro gruppi di lavoro, a volte anche per aspetti tecnici di programmazione e pianificazione attività, soprattutto di gestione (orari, programmazione ferie, relazioni e comunicazione); aspetti che contribuiscono pesantemente a creare distanze tra aziende e dipendenti, magari allocati ‘remotamente’ presso clienti, e condizioni fonte di stress (vedi stress lavoro correlato) se non burnout.

Nonostante l’importanza della loro funzione i tecnici IT, in particolare i consulenti IT, affrontano disagi significativi, come la pressione costante subita per mantenere alti livelli di produttività, rispetto di scadenze, orari che contemplano turnazioni e lavori notturni; tutto ciò in qualsiasi settore dall’industriale al finanziario, dal bancario all’assicurativo. I consulenti IT lavorano su progetti con scadenze strette e budget limitati, ovvero poco personale allocato, il che può portare a lunghe ore di lavoro giornaliere protratte per mesi e ad un equilibrio lavoro-vita sempre più difficile da mantenere.

La precarietà del lavoro è uno dei problemi più gravi. Per contenere i costi di commesse, con margini sempre più ridotti, le aziende ingaggiano persone in stage o tirocini che di formativo hanno ben poco. Molti consulenti IT lavorano con contratti a termine o come free lance (false partire Iva costrette a questa forma di collaborazione), senza garanzie di continuità lavorativa e, per i più giovani, senza potersi garantire progetti di vita e la maturazione dei requisiti necessari per una futura pensione.

Un problema molto sentito è la mancanza di opportunità di crescita e sviluppo professionale. I consulenti IT devono costantemente aggiornare le loro competenze, acquisendo le conoscenze necessarie a rimanere allineati agli sviluppi tecnologici sempre più frenetici, rischiando altrimenti di perdere competitività e professionalità. Le società spesso non danno accesso a programmi di formazione e crescita professionale aziendali adeguati o almeno minimi. Il lavoratore è costretto a investire il proprio reddito e il proprio tempo libero in auto-formazione.

Il ruolo di consulente IT ha subito una pesante riduzione del potere di acquisto: contratti nazionali rinnovati in ritardo (metalmeccanico, telecomunicazioni, commercio tra i principali), inadeguata compensazione delle vacanze contrattuali, inflazione del periodo 2020-2025, l’assorbimento degli aumenti da parte delle aziende, il mancato rinnovo dei contratti integrativi aziendali e del welfare aziendale. Tutto ciò sta riducendo le speranze, i progetti personali, la possibilità di realizzare ambizioni e sogni dei lavoratori, per sé e per le proprie famiglie.

Dumping salariale e precarizzazione generati dalla liberalizzazione del mercato del lavoro, anziché aumentare la produttività, hanno favorito una competizione tra aziende concorrenti basata sulla riduzione dei salari e la precarietà, piuttosto che puntare su investimenti e innovazione. La competitività è pagata dai lavoratori.

Unica soluzione è che le aziende del terziario avanzato offrano contratti di lavoro stabili, programmi di formazione e di sviluppo professionale reali, adottino principi di solidarietà e responsabilità socio-economici, presenti nella nostra Costituzione, ma avversati dal massimo profitto secondo l’approccio del neoliberismo all’italiana.