Stanno sparendo le edicole, rischiano di chiudere anche le librerie. In un mondo impazzito si perdono le poche certezze che si avevano, come quella di entrare in Hoepli, nel centro di Milano, e assaporare quell’aroma inconfondibile dei volumi freschi di stampa, perdersi in una caverna di Alì Babà piena di tesori ben più importanti dei gioielli. Anche la conoscenza è potere, ammoniva già nel sedicesimo secolo Francis Bacon. Un tempio laico consacrato alla cultura con 156 anni di storia alle spalle rischia di sparire, liquidato non tanto perché i libri, i manuali, le riviste non vengono venduti ma perché, come spesso succede, le lotte intestine della proprietà ne minano il futuro.

“In un panorama generale che vede il settore in difficoltà – racconta Eugenio Bellotti – abbiamo avuto un ulteriore problema legato alla composizione del pacchetto azionario”. Per 2/3 la proprietà è in mano agli Hoepli, i tre fratelli Barbara, Matteo Ulrico e Giovanni, presidente, vicepresidente e amministratore esecutivo, la quinta generazione della famiglia fondatrice. Il restante terzo è invece dei Nava, i cugini. Parenti serpenti, come il titolo di un vecchio, impagabile film di Monicelli. Le trattative di cessione della libreria avviate dagli Hoepli avrebbero infatti incontrato l’opposizione dei Nava. E a nulla sarebbero valse le offerte milionarie arrivate da colossi dell’editoria per rilevare libreria e pacchetto azionario.

Bellotti è un libraio di Hoepli, e in Hoepli lavorava anche sua madre. “Sembrerà strano – sorride – ma qui dentro i figli d’arte sono tanti. Se i genitori avevano lavorato con buoni risultati e facendosi apprezzare, gli Hoepli davano fiducia anche alle nuove generazioni. Sono cresciuto fra i libri, una passione che non è mai venuta meno. Già a sedici anni, per comprarmi la moto e avere qualche soldino da parte, correggevo bozze e facevo traduzioni per la casa editrice. Poi le traiettorie della vita mi hanno portato per un periodo lontano, a fare lavori diversi, ma alla fine sono tornato a casa”.

A quasi sessant’anni, Bellotti ha esperienza a sufficienza per tracciare l’identikit del bravo libraio: “Ci vogliono due anime – spiega – una più culturale e l’altra più commerciale. Prima di tutto bisogna amare i libri, ma avere anche un talento per convincere i clienti ad acquistare questo o quel volume”. Hoepli è sempre stata punto di riferimento per studenti, insegnanti, studiosi, bibliofili e anche lettori occasionali. A Milano è diventata proverbiale la frase ‘se non lo trovi alla Hoepli, vuol dire che non esiste’. Un rapporto con la città che non si è mai interrotto, nemmeno negli anni bui della seconda guerra mondiale quando la sede di via Berchet, dove la libreria si era trasferita dallo storico indirizzo di Galleria de Cristoforis, finì sotto le bombe. La casa editrice vanta un catalogo con decine di migliaia di titoli, manuali, ricettari, codici giuridici, dizionari e grammatiche, testi universitari, saggi di ingegneria, arte e fotografia.

L’annuncio della liquidazione di Hoepli è arrivato come un temporale improvviso, quelli che in estate, complici gli stravolgimenti climatici, ti fanno bagnare come un pulcino nonostante pochi minuti prima splendesse il sole. Solo qualche anno fa, nel 2020, c’erano stati grandi festeggiamenti per i 150 anni di Hoepli, una storia penetrata a fondo nell’animo della metropoli lombarda. In vetrina troviamo ancora l’imprescindibile dizionario milanese-italiano di Cletto Arrighi: un sempreverde la cui prima edizione Hoepli, già premiata allora, risale al 1896.

La splendida tradizione della casa editrice fa a pugni con le incertezze del presente. In bilico ci sono una novantina di lavoratrici, lavoratori e altrettante famiglie che non sanno quale sarà il loro futuro. L’assemblea dei soci di Hoepli Spa ha deliberato lo scioglimento volontario della società e la sua messa in liquidazione. “Mettiamo le cose in chiaro – osserva Bellotti, sindacalista della Slc Cgil – la cassa integrazione non può certo essere ordinaria. I mesi di marzo, aprile e maggio sono i più deboli per il mercato del libro, però una cosa è far fronte a difficoltà temporanee, ben altra l’ipotesi di una chiusura”.

C’è l’entusiasmo della vocazione di libraio nelle parole di Bellotti quando racconta dei felici periodi durante i quali la libreria ospitava clienti arrivati da mezza Europa, dalle grandi capitali della cultura come Londra, Parigi, Berlino. “In quegli anni noi librai eravamo delle repubbliche indipendenti, ognuno nel suo settore poteva compilare il catalogo dei volumi e scegliere anche il numero di libri da ordinare. Da un anno e mezzo non abbiamo più queste possibilità, e gli scaffali si sono progressivamente impoveriti”.

Un vuoto riempito dalla diffusione delle vendite on line, di fronte alle quali Bellotti suggerisce ironicamente (ma non troppo) una legge antitrust. Non sarebbe una cattiva idea. L’ultima fotografia è quella di lavoratori in lotta che non vogliono arrendersi alla fine di una casa editrice che ha fatto la storia d’Italia.

(11 marzo 2026)