“I padroni non considerano il lavoratore un uomo, lo considerano una macchina” (Giuseppe Di Vittorio).

Ci rechiamo presso i luoghi di lavoro come guidati da una sorta di inerzia e automatismo, ogni giorno. E ogni giorno ritorniamo alle nostre vite sempre in una maniera ormai quasi routinaria. I grandi luminari che hanno scritto la nostra Costituzione hanno posto tra i principi inviolabili la centralità del lavoro a fondamento della Repubblica stessa. In cambio della nostra professionalità e prestazione riceviamo un salario che ci dovrebbe permettere di vivere dignitosamente. Ma vi è stata una trasformazione nella relazione tra capitale e lavoro. Da una parte vi sono i grandi contratti nazionali con le buone norme, dall’altra il lavoro moderno basato sul massimo profitto e la redistribuzione unicamente a pochi o agli azionisti. Anche grazie a contratti pirata e a molteplici piccole sigle sindacali poco rappresentative. Il tasso di disoccupazione giovanile e di certi territori rimane una piaga sociale diventata purtroppo la normalità nelle nostre menti.

In un ambiente ormai malsano viene da chiedersi se è così scontato quanto scritto nelle prime righe. Quella quotidianità non è per tutti e non è di tutti. I “deboli del lavoro” sono donne, minoranze, fragili, precari, over 50 disoccupati, giovani che compiono un’enorme fatica per inserirsi stabilmente nel mondo del lavoro odierno. Non dobbiamo più andare nei campi di pomodori nelle campagne del Meridione per trovare lavoro nero e caporalato, dove la vita sembra quasi appartenere in toto al padrone. Sono cronaca le indagini sulle condizioni di illegalità cui sono costretti ogni giorno i cosiddetti “rider”.

In realtà questa è solo la punta dell’iceberg. Gli algoritmi e l’intelligenza artificiale, la poca formazione, l’aggressività generale del mondo del lavoro odierno stanno procurando enormi difficoltà e ferite alle persone. La paura di perdere quel posto di lavoro, con il quale già oggi si fa fatica a mantenersi e a mantenere la propria famiglia, sta lasciando spazio a nuove forme di asservimento verso i padroni. Inoltre, in Italia si sta consumando una vera e propria strage silenziosa: da tanti anni i caduti in questa “guerra del lavoro” sono più di tre ogni giorno, almeno quelli dichiarati. Un numero spaventoso.

Non dobbiamo commettere l’errore di vedere lontane da noi queste carneficine. Crimini di pace definiti “fatalità” o “errori umani”, le morti sul lavoro sono omicidi padronali e di Stato. Le istituzioni sono complici perché ancora è loro assenza e il loro silenzio a far reiterare questa macabra statistica. Si parla inoltre di un infortunio ogni due ore, dato da capogiro. Il futuro non sarà quindi certamente roseo. L’aggressività dei datori e dei manager verso lavoratrici e lavoratori stanno innalzando anche le malattie professionali, quali lo stress da lavoro correlato o le molteplici specie di burnout.

Personale ridotto con organizzazione e riorganizzazioni aziendali eseguite per puri scopi di profitto sono all’ordine del giorno, anche e soprattutto in quelle metropoli dove la velocità e la puntualità sono diventate un obbligo morale del dipendente verso aziende guidate da una visione manageriale egoista dell’oggi e non del domani, dell’io e non del noi. Ciò è spaventoso e disumano. Tutto ciò soprattutto a discapito di neo-mamme, di disabilità e fragilità alle quali non viene concesso sconto alcuno, e il management rifiuta domande di accomodamenti ragionevoli e modalità più agili di lavoro pretendendo performance elevate e orari prolungati, pena vessazioni giornaliere fino al vero e proprio mobbing. Ormai è purtroppo normalità e quotidianità. Sì, perché non vi è anche qui vera tutela delle istituzioni ma solo slogan politici pubblicitari.

Le poche lavoratrici e i pochi lavoratori che, presi già dalle loro difficoltà quotidiane, non si licenziano e hanno la forza di denunciare, vengono catapultati in lunghe attese, aspettando con poca speranza l’applicazione di leggi interpretabili. Spesso in isolamento anche dalle colleghe e dai colleghi che mirano a carriere e “quieto vivere”, non comprendendo che i diritti sono indivisibili.

Concludo con una riflessione personale che è più una chiamata alla mobilitazione, un vero e proprio appello. Come parte del lavoro, e non del capitale, non giriamoci dall’altra parte perché più comodo. Cerchiamo di ascoltare e di capire se possiamo essere di aiuto a chi ha bisogno e sta magari vivendo angosce lavorative. Oggi, a mio parere, non ci stiamo riuscendo. 

Dobbiamo insieme cercare di eseguire un’inversione di marcia. Solo organizzandoci e unendoci possiamo tramandare alle nostre figlie e ai nostri figli un mondo del lavoro migliore e dignitoso. Solo con l’aiuto verso gli altri nel momento di difficoltà e il dissenso verso i padroni scorretti possiamo ristabilire quell’ideale che pone il lavoro dignitoso cuore e parte centrale della nostra esistenza quotidiana, e la nostra società democratica descritta nella Costituzione che pone il lavoro a fondamento della nostra Repubblica.