Il 27 e 28 marzo Roma sarà attraversata dalla mobilitazione contro guerra, autoritarismo e concentrazione del potere. Il percorso promosso da “No Kings – Contro i re e le loro guerre” si inserisce in una mobilitazione internazionale che negli stessi giorni coinvolgerà anche Londra, gli Stati Uniti e altre capitali europee.

La preparazione della mobilitazione è entrata nel vivo con l’assemblea nazionale del primo marzo nella sede Arci a Roma. Un incontro partecipato, con quasi cinquanta interventi, che ha visto confrontarsi movimenti sociali, sindacati, associazioni, giuristi, realtà studentesche e territoriali. Generazioni e soggettività diverse, accomunate dalla consapevolezza di dover costruire risposte all’altezza di una fase segnata da una crescente torsione autoritaria.

Il contesto internazionale pesa inevitabilmente sulla preparazione della mobilitazione. Lontane le folle oceaniche dello scorso autunno contro il genocidio a Gaza, la convinzione è che quel seme di attivismo non sia andato disperso. Certo, l’opinione pubblica è frastornata dal clima bellicista e dall’incedere di avvenimenti sempre più gravi, come l’attacco di Usa e Israele all’Iran.

Ribadiamo una netta distanza dal regime teocratico di Teheran, ma condanniamo i bombardamenti e l’ennesima escalation militare. L’idea di fondo è chiara: la liberazione dei popoli non può arrivare dalle guerre scatenate dalle potenze, ma dalle lotte degli oppressi.

La guerra è uno degli elementi centrali della piattaforma di mobilitazione. Per il movimento No Kings il riarmo globale – ulteriormente evidenziato dai dati del Sipri – e la normalizzazione del conflitto permanente sono parte integrante di un modello di governo sempre più verticale, che concentra il potere politico ed economico in poche mani. Non a caso “Kings” al plurale: non solo leader politici, ma poteri economici, complessi militari e grandi corporation definiscono l’architettura del comando contemporaneo.

In questo quadro sta anche la critica alle politiche del governo italiano. L’espansione delle guerre e la crescente militarizzazione delle società procedono di pari passo con la compressione degli spazi democratici. Dai decreti sicurezza alle norme che restringono il diritto di protesta, fino ai tentativi di limitare la libertà di espressione sul conflitto mediorientale (il disegno di legge sull’antisemitismo approvato dal Senato), il giudizio dei promotori è netto: si sta costruendo un fronte interno di criminalizzazione del dissenso.

Non è casuale, quindi, che la mobilitazione si intrecci con un altro passaggio politico importante: il referendum costituzionale del 22 e 23 marzo. La controriforma Nordio rappresenta “l’ultimo tassello” di un disegno più ampio di riequilibrio dei poteri a favore dell’esecutivo. La campagna per il No è parte integrante del percorso di mobilitazione che culminerà nelle piazze romane.

La risposta del governo non si è fatta attendere. Il ministro Piantedosi ha evocato possibili tensioni in vista della manifestazione del 28 marzo, alimentando un clima di allarme per l’ordine pubblico. Gli organizzatori respingono in toto questa narrazione, una vera e propria strategia della tensione per intimidire i partecipanti. Al contrario, insistono su una mobilitazione popolare e inclusiva, capace di coinvolgere una platea molto più ampia della sola militanza organizzata.

Si guarda certo alle organizzazioni storiche – Cgil, Arci, Aoi, Sbilanciamoci, Rete italiana Pace e disarmo e tutto il variegato mondo dell’associazionismo e dell’attivismo dei centri sociali – ma con uno sguardo rivolto alle nuove generazioni come Friday for Future o le organizzazioni studentesche in allarme per il ritorno della leva militare. Importante il coinvolgimento del mondo cattolico, in prima linea nelle lotte pacifiste e di obiezione alla guerra.

Uno spazio politico credibile per quella vasta parte di società che guarda con preoccupazione alla crescita degli autoritarismi ma fatica a trovare luoghi di partecipazione. L’obiettivo è costruire convergenze tra lotte sociali, vertenze del lavoro, mobilitazioni ambientaliste, battaglie antirazziste e movimenti per la pace.

Il concerto del 27 marzo rappresenterà un primo momento di aggregazione. Sul palco numerosi artisti, un segnale della volontà di coinvolgere il mondo della cultura nella costruzione della mobilitazione.

Il 28 marzo sarà la piazza a parlare, non come un episodio isolato, ma come un passaggio in una fase di trasformazioni profonde. Un percorso, insomma, che attraverserà il 25 Aprile e il Primo Maggio e farà degli 80 anni dal referendum che cacciò il re sabaudo una festa di popolo della Repubblica che ripudia la guerra.

Tornare a mobilitarsi, allargare reti e convergenze, dare respiro internazionale alla mobilitazione: un obiettivo ambizioso e al contempo ineludibile nell’epoca della guerra mondiale a pezzi e dei vari sovranismi. Riorganizzare e mettere insieme le società civili è il miglior modo per ricostruire una speranza per l’umanità.