
Il referendum costituzionale del 22-23 marzo non affronta i temi della giustizia, del suo ordinamento, dello svolgimento dei processi e della separazione delle carriere. Nessuna riduzione dei tempi dei processi, nessun impatto positivo su occupati e precari del settore giustizia, un sicuro aumento dei costi per la separazione degli organi di governo della magistratura.
Con la conferma nel referendum il governo Meloni mira contemporaneamente a più cose.Innanzitutto, il clima politico nel quale si consuma questa battaglia. La continua delegittimazione della magistratura è una costante che utilizza una comunicazione che esalta alcuni fatti di cronaca per creare una narrazione sulla magistratura come contigua a manifestanti violenti, a favore dei migranti “clandestini” o separatrice delle famiglie. “Toghe rosse” o “rovina famiglie”. Una narrazione tossica, il cui obiettivo principale è l’invocazione di pieni poteri per chi governa.
Forse la vera colpa di una parte della magistratura è di non consentire la violazione di leggi, come nel caso di illegittimi rimpatri di migranti, o di indagare alcuni politici per reati di collusione con la malavita organizzata, o di avere l’obbligo di indagine su tutti i possibili reati di cui viene a conoscenza e non solo su quelli che vorrebbe il governo.
Da qui nasce la modifica della Costituzione in materia di magistratura. La divisione in tre consigli diversi tra loro del Csm, l’organo unico di autogoverno previsto dalla Costituzione, esplicita la volontà di indebolimento dell’autonomia della magistratura, i cui rappresentanti sarebbero estratti a sorte invece che eletti dai magistrati stessi. Questa modifica non separa carriere (come già definito da una legge ordinaria, la Cartabia), indebolisce invece l’autogoverno della magistratura.
Magistrati più deboli e politica più forte, questo il cuore di questa “riforma”.
Nella storia repubblicana non è la prima volta che si modifica la Costituzione. E’ la prima volta che una maggioranza politica lo fa senza cercare un accordo con l’opposizione parlamentare. Si afferma quindi un ulteriore principio. Ma la Costituzione è di tutti, non delle maggioranze di governo.
Questo in una situazione mondiale in cui le guerre imperversano e sovvertono il diritto internazionale annullando le istituzioni sovranazionali come l’Onu. La cultura della sopraffazione diventa il diritto dei più forti a danno dei più deboli e in Italia provvedimenti liberticidi, come i “decreti sicurezza”, restringono gli spazi democratici e limitano e criminalizzano l’azione collettiva.
Votare No al referendum non significa essere conservatori, significa salvaguardare la Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza antifascista. Votare No al referendum significa rifiutare le tendenze autoritarie del governo, che vuole liberarsi di lacci e lacciuoli e limitare le libertà collettive. Votare No al referendum significa fare in modo che ci possano essere anche processi come quello sulle torture ai manifestanti del G8 di Genova, che una magistratura asservita alla politica non avrebbe mai celebrato.
In queste ultime giorni confermiamoci protagonisti collettivi di una battaglia per la libertà e la democrazia, impegnandoci in tutti i luoghi di lavoro, in tutti i territori per far vincere il No. E’ una condizione fondamentale per la lotta per la Pace, i diritti sociali e civili, la democrazia come partecipazione popolare.
