
Il referendum del 22-23 marzo ha una enorme portata politica prima che tecnica. Tecnicamente il cuore della riforma è nella divisione del Csm e nella sua tripartizione (‘divide et impera’, dicevano i romani). Comunque c’è poco da commentare, dopo che la capo gabinetto di Nordio, Giusi Bartolozzi, ha detto, “(…) votiamo si e ci togliamo di mezzo la magistratura. E’ un plotone di esecuzione”.
Silvio Berlusconi al confronto era un chierichetto quando voleva il suo avvocato come ministro della Giustizia. Ricordate? Berlusconi voleva Previti nel 1994, alla partenza del suo primo governo, e fu stoppato dall’allora Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro. Bene, fu allora che iniziò una narrazione pluridecennale della destra italiana che ha segnato in modo indelebile la politica nel nostro paese.
Questa narrazione aveva (ed ha) tre capitoli ricorrenti. Il primo era quello della giustizia e della indipendenza della magistratura e, l’abbiamo già detto, faceva capo a Berlusconi e Forza Italia (e a Licio Gelli). Tra i tre poteri dello Stato (legislativo, esecutivo, giudiziario) non doveva più esservi equilibrio ma doveva prevalere il primato dell’esecutivo.
Il secondo capitolo faceva capo a Gianfranco Fini di Alleanza Nazionale. Anche Fini puntava al primato dell’esecutivo, ma sceglieva la riforma che sarebbe approdata al presidenzialismo.
Il terzo capitolo riguardava Bossi e la Lega. Bossi, certo, sosteneva il primato dell’esecutivo, ma non sopportava lo Stato unitario e sognava la secessione.
Con il passare degli anni Berlusconi è morto, a Fini è subentrata Meloni, e a Bossi Salvini. La “riforma” della giustizia è sempre lì, la secessione è divenuta autonomia differenziata, il presidenzialismo ora lo chiamano premierato.
Per decenni queste tre forze della destra hanno sostenuto questi obiettivi, ma per una ragione o per l’altra non hanno mai portato a casa nulla. Dopo il litigio tra Bossi e Berlusconi nel 1996 hanno perso le elezioni contro Prodi. Dopo Prodi, però, non si sono più divisi nelle scadenze elettorali. Così, grazie alla sciagurata scelta del Pd di Letta nei collegi uninominali, nel 2022 Meloni è divenuta “primo ministro”. Di una maggioranza che sfiora il 60% alla Camera e il 56% al Senato.
Adesso – avranno pensato – è ora di portare a casa i tre obiettivi che inseguiamo da oltre tre decenni. Se vincono i Sì in poco tempo proveranno a portare a casa l’autonomia differenziata e il premierato. Vale a dire la democratura al posto della democrazia.
Si voterà per le elezioni politiche quasi certamente nel 2027 (giugno o ottobre), tempi troppo stretti per il premierato che anch’esso andrà confermato o smentito con un referendum. E qui qualche preoccupazione per la destra subentra, perché con questa legge elettorale, stando ai sondaggi di oggi e ai risultati nelle recenti regionali, e alla tensione unitaria sempre più diffusa per le politiche onde non ripetere l’errore del 2022, l’area progressista, o campo largo o centro-sinistra che dir si voglia, potrebbe vincere.
Ecco allora spuntare una proposta di legge elettorale che alle prossime politiche escluderebbe la vittoria del centro-sinistra. Conti alla mano (sondaggi), con l’attuale legge elettorale, il cosiddetto ‘Rosatellum’, vincerebbe il centro-sinistra. Con la proposta di legge avanzata dal governo vincerebbe invece il centro-destra.
La proposta, come si sa, assegnerebbe il 60% dei seggi alla Camera e al Senato alla coalizione che supera il 40% dei voti. Una cosa mostruosa, si dirà. Alla faccia del voto libero ed eguale. Ma del tutto coerente con le loro idee. Per loro il premio di maggioranza serve a dire al cittadino: “Voi votate per scegliere chi vi governa”.
Il sistema proporzionale ai tempi della Costituzione, fino all’inchiesta ‘mani pulite’, diceva ai cittadini di scegliere “chi li rappresentava”, tanto al governo quanto all’opposizione. Con questo sistema votava oltre l’80% degli aventi diritto (tanto che si diceva che il Pci governasse anche dall’opposizione). Con il sistema maggioritario si sceglie chi governa e chi governa non concede nulla all’opposizione (il testo della legge sottoposta a referendum non è stato cambiato neppure di una virgola, idem per la legge sullo stupro, dopo le modifiche della senatrice leghista Giulia Bongiorno). E il voto coinvolge ormai meno del 50% degli elettori.
Dunque se vincono i Sì si cambierà a colpi di maggioranza anche la legge elettorale, parola di Italo Bocchino. Questo illustre esponente della destra meloniana in una trasmissione su La 7 del 3 luglio 2024, intervistato da Marianna Aprile, ebbe a dire: “Dal 1948 la destra politica italiana ha dovuto subire una fortissima emarginazione politica, abbiamo dovuto aspettare 80 anni per diventare maggioranza nel paese”. E dunque: “La maggioranza con la forza dei numeri deve comprimere i diritti della minoranza di fare opposizione e di poter diventare maggioranza successivamente”.
Inutile dire che tutto salta con la vittoria del No.
