Manca davvero poco al referendum costituzionale sulla legge Nordio.

La partita era cominciata con lo sfavore dei pronostici, invece siamo riusciti a riaprirla, perfino al di là delle nostre aspettative. Non possiamo fermarci, perché gli ultimi giorni saranno decisivi.

La nostra Organizzazione si è sentita fin dall’inizio pienamente parte della battaglia per il No. Quando è in gioco la Costituzione – che la Cgil ha contribuito a conquistare, a scrivere, e poi a farle varcare i cancelli dei luoghi di lavoro – non è nella nostra disponibilità restare a guardare.

Per noi, la Carta costituzionale è un bene comune, un patrimonio di tutte e tutti; non la proprietà di una parte che ne dispone a piacimento, come ritiene di poter fare il governo che ha scritto questa controriforma in Consiglio dei ministri e l’ha imposta – senza alcuna discussione – al Parlamento.

Lo stesso approccio che vorrebbero utilizzare per la proposta di nuova legge elettorale: un “porcellum 2.0”, con un premio di maggioranza abnorme, che metterebbe una minoranza nelle condizioni di eleggersi da sola tutti gli organismi di garanzia. Per giunta, in un Parlamento composto da nominati, agli ordini del premier e dei capi partito.

In entrambi i casi, siamo di fronte a un anticipo di quella “democrazia del capo” che questa maggioranza ha in testa dall’inizio della legislatura.

Aggiungiamo: il nuovo pacchetto sicurezza, che mette in discussione libertà fondamentali come quella di manifestare “pacificamente e senz’armi”; il tentativo di accorciare il più possibile i tempi della campagna referendaria; la scelta di non far votare i fuori sede nella città dove studiano o lavorano; così ci rendiamo conto dell’idea di democrazia a cui lavora la destra. Una democrazia in cui meno persone manifestano il loro pensiero e scendono in piazza per i loro diritti e meglio è; meno persone vanno a votare e meglio è; in cui la partecipazione democratica si esaurisce in una delega in bianco firmata ogni cinque anni all’uomo o donna soli al comando.

Per realizzare questo disegno, i tre principali partiti della maggioranza stanno tentando di sovvertire la Costituzione antifascista: archiviando l’indipendenza del potere giudiziario con – appunto – la legge Nordio; la nostra Repubblica parlamentare con il premierato; l’unità e la coesione nazionale con l’autonomia differenziata.

Non possiamo che opporci con tutte le nostre forze a questo delirio di onnipotenza, che ci porterebbe dritti-dritti verso una democratura alla Trump (da cui la presidente del Consiglio non prende le distanze né sull’osceno Board of peace, né sulla terribile guerra scatenata all’Iran).

Bocciare, con il voto popolare, la legge Nordio è il modo più efficace e più diretto per archiviare questo disegno complessivo di stravolgimento della nostra democrazia costituzionale. Questo è il contesto, da cui non si può prescindere.

Venendo al merito della legge oggetto del referendum, non stiamo affatto parlando di una riforma della giustizia. Il vero obiettivo lo hanno dichiarato, a più riprese, gli esponenti della maggioranza, fino alle parole – inaccettabili ma chiarissime – della capo di gabinetto del ministro della Giustizia: “Dobbiamo votare Sì per togliere di mezzo la magistratura, che è un plotone di esecuzione”. Non serve aggiungere altro: siamo di fronte ad una vera e propria aggressione nei confronti della magistratura, attraverso un intervento che colpisce irrimediabilmente l’indipendenza del potere giudiziario.

L’autonomia e l’indipendenza della magistratura non sono il privilegio di una casta. Sono la garanzia fondamentale che davvero tutti i cittadini e le cittadine siano eguali di fronte alla legge.

I nostri avversari, invece, hanno in mente una giustizia a due velocità: indulgente – fino all’impunità – per i potenti; feroce e repressiva per le persone comuni, soprattutto le più deboli.

Vale in particolare per lavoratrici e lavoratori, che avrebbero una magistratura molto più in difficoltà nell’agire iniziative giudiziarie contro i poteri forti economici, finanziari e mediatici; o contro le grandi imprese, le multinazionali, i cui interessi il governo puntualmente difende, come dimostra il tentativo reiterato di sabotare l’applicazione dell’art. 36 della Costituzione con la cosiddetta norma “salva imprenditori”, per impedire ai giudici del lavoro di riconoscere le differenze retributive e contributive dovute ai lavoratori.

Questa è la loro idea di giustizia. La nostra è esattamente l’opposto: investire per velocizzare i procedimenti; un piano straordinario di assunzioni; stabilizzazione delle migliaia di precari; una procura nazionale per i reati contro la salute e la sicurezza dei lavoratori; il gratuito patrocinio alle famiglie delle vittime di infortuni, solo per fare qualche esempio. 

Se sapremo spiegarlo a più persone possibili, se sapremo mobilitare quanti hanno a cuore la Costituzione – rivelatisi sempre maggioritari quando li abbiamo chiamati a difenderla – e se sapremo convincerli che solo il No può riaprire una prospettiva di cambiamento, questa sfida cruciale per il futuro della nostra democrazia riusciremo a vincerla.

(11 marzo 2026)