Il 12 marzo scorso, improvvisamente, il cuore di Alberto Trevisan si è fermato.

Nato a Feltre nel 1947, padovano d’adozione, nel 1970 è stato il primo obiettore di coscienza alla leva obbligatoria in Veneto, tra i primi in Italia. Per questa sua scelta ha trascorso 18 mesi in carcere. Anche grazie alla sua coerenza e al suo coraggio è stata approvata la legge sul servizio civile (la 772 del 1972), garantendo il diritto di ogni individuo alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione sancito dall’art. 18 della Dichiarazione universale dei diritti umani.
È stato una figura di grande ispirazione per tutto il movimento non violento in Italia. È grazie a lui se l’obiezione nel nostro Paese è diventata un fatto collettivo e sociale. Prima di lui altri obiettori avevano vissuto la stessa scelta più nel privato. Trevisan ha testimoniato in prima persona gli ideali della convivenza pacifica e del superamento degli eserciti per innestarli nel tessuto sociale. Nella sua autobiografia “Ho spezzato il mio fucile”, racconta l’impegno, condiviso con altri otto giovani nella Milano del 1971, per redigere una dichiarazione comune e fare dell’obiezione una mobilitazione collettiva.

Il processo a cui Trevisan fu sottoposto fu il primo i cui atti vennero resi pubblici grazie all’azione di avvocati come Sandro Canestrini, Giorgio Tosi, Paolo Berti e altri, e al coraggio degli attivisti che registrarono di nascosto le sedute. Scontò una pena di 18 mesi di reclusione militare presso il carcere militare di Forte Boccea a Roma, il reclusorio di Gaeta e più volte nel carcere militare di Peschiera del Garda. Fu definitivamente scarcerato il 23 dicembre 1972, in seguito all’approvazione della legge sul riconoscimento dell’obiezione di coscienza, a coronamento della lotta sua e degli altri obiettori.

Alberto ha pagato la sua determinazione non solo con il carcere, ma anche con la perdita del posto di lavoro, prima in un’azienda privata del padovano – difeso da amici sindacalisti dell’allora sinistra Cisl – e poi ai Telefoni di Stato. Dal carcere di Peschiera scrisse una lettera aperta alla Sip per denunciare come la logica padronale dell’azienda fosse la prosecuzione di quella umiliante presente nell’esercito.

Alberto ha anche contribuito a sollevare il velo sulla vergogna nazionale che era allora il carcere militare, luogo di repressione e di abusi psicologici a carico di giovani che avevano risposto male a un superiore o disobbedito a un ordine, mentre – come vide nel suo passaggio a Gaeta – al boia delle fosse Ardeatine, Herbert Kappler, era riservata una detenzione dorata.

Conclusa la vicenda giudiziaria, ha speso la sua vita come assistente sociale, per molti anni ha lavorato presso i servizi psichiatrici e socio-sanitari a Padova, sempre attento ai diritti e alla cura dei più deboli, attivo sindacalmente nella Fp Cgil. La scelta di diventare assistente sociale si deve anche all’amicizia con don Giovanni Nervo. Alberto e don Nervo sono stati veramente “Compagni di viaggio”, com’è intitolato un altro libro di Trevisan.

Sposato con Claudia, con cui per sessant’anni ha condiviso la vita quotidiana e l’incessabile attivismo pacifista e non violento, dal 1981 Alberto abitava a Rubano, dov’è stato, nel 1995, assessore alla pubblica istruzione, educazione alla pace, difesa dei diritti umani, primo Comune in Italia ad istituire un assessorato alla Pace e ad installare sulla torre municipale una campana della pace, che ogni giorno, con i suoi rintocchi ne richiama i valori per tutta la cittadinanza. L’attuale giovane sindaca lo ricorda così: “Forse tra tutti i cittadini di questo comune colui che più di tutti ha portato in alto l’asticella dei valori civili per il nostro paese. Con un atto di disobbedienza pagato con 18 mesi di carcere, ha reso possibile la legge sull’obiezione di coscienza ed il servizio civile. Permettendo al ‘ripudia la guerra’ costituzionale di diventare parte attiva della società”.

Alberto è stato per tutta la vita instancabile testimone e promotore di pace: dalle marce Perugia-Assisi alla lotta contro i missili dell’Urss e della Nato, dalla mobilitazione contro le guerre nella ex Jugoslavia a quelle del Golfo, all’Ucraina, alla solidarietà attiva a tutti popoli oppressi e colpiti dalla violenza coloniale e contro il genocidio del popolo palestinese, alla collaborazione costante con il Centro di ateneo per i Diritti umani dell’Università di Padova, alla continua testimonianza tra i giovani, nelle scuole, nelle università, alla partecipazione alla gestione a Ghilarza, paese natale di Antonio Gramsci, della casa del Movimento Nonviolento nei cicli di incontri pubblici su Aldo Capitini. Una coerenza pacifista e non violenta, un’attenzione alla cura delle persone, una vita di normalità del Bene che ha riaffermato fino alla fine con la decisione – in piena comunione con Claudia e i figli – di donare i suoi organi.

Grazie Alberto, la pace sia con noi!