
L’8 Maggio 1945, al termine della seconda guerra mondiale, i superstiti guardarono inorriditi i corpi dei caduti, i popoli dilaniati dalla fame e dal lutto, le città devastate, le vittime dei lager e dissero “mai più”. Vennero istituite organizzazioni come l’Onu per il mantenimento della pace, vennero stipulati trattati internazionali per la tutela dei diritti dell’uomo. L’Italia scrisse nella sua Costituzione il ripudio della guerra come strumento di offesa o risoluzione dei conflitti.
Ma il conflitto appena terminato non era l’esito del fallimento del precedente “mai più”, al termine del primo conflitto mondiale, con la creazione della Società delle Nazioni?
E anche quel secondo “mai più” fu privato del suo significato appena due anni dopo, con l’inazione di fronte alla Nakba palestinese. E poi con i numerosi fallimenti in territorio africano. E sul suolo europeo, con il genocidio di Srebrenica nel 1995 e il silenzio che ne seguì per anni.
Il diritto internazionale non assolve alla sua missione, si applica soggettivamente, tra le sue pieghe e falle si creano precedenti sempre più pericolosi.
Nel 2003, dopo l’attentato alle torri gemelle, gli Stati Uniti istituiscono l’Immigration and Custom Enforcement, Ice, un’agenzia federale del dipartimento di sicurezza nazionale, incaricata di “proteggere la sicurezza nazionale e la sicurezza pubblica attraverso l’applicazione penale e civile delle leggi federali che regolano il controllo delle frontiere, le dogane, il commercio e l’immigrazione”.
Nel 2017-2021, prima amministrazione Trump, il presidente Usa riduce gli sforzi per la conservazione dell’ambiente in favore dell’estrazione di petrolio, cerca di smantellare l’accessibilità alle cure mediche e si impegna a bloccare l’immigrazione, le richieste di asilo e persino i viaggi da paesi a maggioranza musulmana. Aumenta lo staff Ice, iniziano arresti senza mandato, incursioni in interi isolati, nelle quali qualunque persona senza cittadinanza può trovarsi in stato d’arresto anche senza precedenti penali. Mentre sotto Obama la presidenza rassicurava che chi non avesse commesso crimini non era a rischio deportazione, per Trump chiunque sia in territorio americano senza documenti è considerato un criminale e per questo deportato.
La seconda amministrazione Trump dimostra totale sprezzo per il benessere dei cittadini, tagliando drasticamente i fondi per la sanità e la ricerca, promuovendo politiche e sgravi fiscali a beneficio dei più agiati e a discapito della maggioranza dei cittadini, più della metà dei quali non riesce a coprire le spese mensili essenziali. Introduce tariffe insostenibili sui beni d’importazione, generando caos nell’economia e un aumento dell’inflazione. Cancella il programma Usaid, aiuti umanitari per l’accesso a cibo, acqua, cure mediche e istruzione per milioni di persone in aree sottosviluppate. Stanzia miliardi di dollari per aumentare il supporto alle guerre di Israele.
Lo staff Ice è aumentato a dismisura, vengono stanziati 100 milioni di dollari in un anno per finanziare l’agenzia, decuplicando l’investimento medio degli ultimi anni e rendendola più costosa di tutte le altre forze dell’ordine messe insieme. Le onde di deportazioni aumentano esponenzialmente. Trump dispiega le forze dell’ordine in supporto all’Ice e richiama l’“alien enemies act” del 1798 che gli consente, in caso di guerra o “invasione”, di deportare sospetti illegali senza processo. E’ un “sospetto illegale” chiunque non sembri bianco, inclusi i nativi americani e cittadini americani. Inclusi i turisti. Inclusi i bambini. Chiese, ospedali, tribunali, scuole non sono più luoghi protetti dalla legge. I vicini si scambiano istruzioni su come difendersi dalle incursioni, chi si è visto portar via amici o familiari cerca di rintracciarli. Molti vengono portati in centri di detenzione tristemente noti per abusi e trattamento disumano dei detenuti, come Alcatraz o a El Salvador.
Il 7 gennaio 2026, in questo clima, una donna di Minneapolis, 37 anni, bianca, cristiana, poetessa, madre di tre figli, torna a casa dopo aver lasciato uno dei piccoli a scuola. Renée Nicole Good si trova, assieme alla compagna, nel bel mezzo di un’incursione dell’Ice. Lei e la compagna osservano gli agenti, per rendersi testimoni di eventuali abusi o condotte illegali, diventati così comuni. Ad uno degli agenti bolle il sangue. Sposta di mano il telefonino che stava usando per filmare, liberando la destra per la pistola. Gli altri agenti si scagliano sull’auto, tentando di aprirla. Renée ha paura, sterza il volante per evitare di investire gli agenti, accelera. A questo punto, l’agente Jonathan Ross spara. Tre volte. Al volto. Ritorna al suo veicolo e fugge dalla scena. I suoi colleghi fanno muro, impediscono ad un medico di soccorrere Renée, bloccano l’ambulanza coi loro veicoli. Così muore Renée Nicole Good, nella sua auto piena di peluche dei tre figli che lascia orfani.
Il 24 gennaio 2026, sono le 9 del mattino a Minneapolis, quando alcuni agenti Ice reagiscono violentemente agli sforzi della comunità di monitorare il loro operato. Spintonano due donne, finché una non cade a terra. Un civile corre in loro aiuto, nella mano destra il telefono per registrare, la sinistra alzata in segno di pace. Un agente federale scarica una bomboletta di spray urticate sull’uomo, otto agenti lo circondano, lo spingono a terra, di schiena, lo immobilizzano e lo colpiscono. Un agente nota la pistola alla cintura dell’uomo, portata legalmente, mai estratta. La sequestra. Un secondo dopo, uno sparo, altri tre, poi altri sei da un secondo agente. Dieci in tutto. Ancora una volta ad un medico è negato il permesso di intervenire, mentre gli agenti si dilettano a contare i buchi di proiettile nella schiena di Alex Pretti, 37 anni, medico di terapia intensiva in una clinica per veterani, incensurato.
A seguito di entrambi gli eventi, la risposta del governo Usa è quella di distorcere i fatti, raccontando Renée e Alex come due “terroristi domestici”, aggressivi e pericolosi, che non hanno lasciato scelta agli agenti federali se non quella di ricorrere alla forza letale.
La brutalità dell’Ice è sotto gli occhi di tutti, ma si tratta della punta di un iceberg, che nasconde un sistema di complicità politiche che sta agendo per cambiare il contesto politico-istituzionale nel mondo occidentale. Lo si comprende dall’enorme scandalo attorno alla parziale pubblicazione dei file “Epstein”. Ne emerge molto di più del traffico di esseri umani e del coinvolgimento inequivocabile dell’attuale presidente americano. Si evince il quadro di un’élite influente e interconnessa, che pianifica autonomamente il grado di influenza da esercitare sulle questioni geopolitiche globali in base ai propri interessi personali, tramite corruzione, manipolazione dei media, finanziamenti più o meno legali e ricatto. In quest’ultimo elemento svolgono un ruolo chiave i festini a base di abusi e depravazione: se si è ricchi abbastanza, si può comprare tutto, anche la possibilità di dare sfogo alle peggiori perversioni uscendone impuniti.
Ma come si traduce questo nel contesto europeo e italiano? Dalla fitta corrispondenza, negli anni 2018-19, tra Epstein e Steve Bannon – ex capo stratega e consigliere di Donald Trump, paladino dei populismi di estrema destra a livello globale, tanto da fondare la non profit “The Movement” per promuovere nazionalismo e populismo di destra in Europa, sede a Bruxelles – emerge come Bannon si stesse prodigando per supportare anche finanziariamente l’ascesa di partiti di estrema destra in Europa. Si leggono nomi come Marine Le Pen, Alternative fur Deutschland, Swiss People’s Party, Orbàn e Matteo Salvini. Fratelli d’Italia e la Lega fanno ancora parte di “The Movement”, associazione che godeva della collaborazione e del sostegno di Epstein.
Quello che viene alla luce è il tipo di interessi a cui gioverebbe il successo dei populismi di destra in Europa e nel mondo. Emerge un interesse nel diffondere una retorica già vista in precedenza, basata sullo sfruttamento della frustrazione collettiva, sull’individuazione di un nemico comune come capro espiatorio, come elemento di coesione nazionale, con l’illusione che eliminato il colpevole, con qualsiasi mezzo, il futuro sorrida a quelli che rimangono. E intanto la politica aumenta la stretta autoritaria, inneggia alla violenza e alla guerra, amplia il divario di classe, protegge i propri interessi e quelli di chi la finanzia, negli Usa come in Europa.
Di fronte al progetto trumpiano, i cittadini del Minnesota ci insegnano il valore della resistenza. Attraverso una rete di forte solidarietà, riescono ad organizzare enormi proteste, persino al freddo e in mezzo alla neve, cantando tutti insieme per far sentire il loro supporto ai vicini di casa di tutte le diverse etnie, per rassicurarli che c’è chi lotta per loro e si batte per difenderli. Le proteste si svolgono con ampia partecipazione della comunità locale dei Nativi Americani, sempre in prima linea nelle lotte all’oppressione. I cittadini del Minnesota riescono ad interferire con l’operato dell’Ice proteggendo i propri vicini, monitorando le attività degli agenti federali in zona per lanciare l’allarme all’avvicinarsi delle incursioni, facendo risuonare i fischietti, ormai diventati il simbolo della resistenza organizzata, e addirittura barricano le strade per difendere le proteste. Con la collaborazione dei ristoranti locali distribuiscono generi alimentari per le famiglie in difficoltà attraverso iniziative dal basso. Hanno capito che non possono aspettare di essere salvati da chissà chi, chissà dove. Sono loro stessi a dover salvare la democrazia, la loro comunità.
E’ una lezione che dobbiamo raccogliere in Italia e in Europa. Va rovesciata la narrazione dell’“invasione”, della “sostituzione etnica”, diffondendo l’idea che si salva una comunità attraverso la valorizzazione dei legami tra tutte le persone che ne fanno parte. Attraverso la solidarietà, l’unità, il rifiuto della divisione, il rifiuto dell’odio nei confronti dell’altro e del diverso.
