
Sfruttati nel silenzio di tutte le forze politiche cittadine.
Non è facile capire quanti siano i rider, anche in una città di medie dimensioni come Arezzo, perché sono persone che si spostano, sono soggette a cambiare città e paese con frequenza, cercando di sopravvivere in una società moderna che non fa sconti.
Ad Arezzo potrebbero essere trenta, quaranta, sessanta o più di cento. Ci sono anche italiani, ma la maggioranza di loro è di origine pachistana, afgana o bengalese. Non è facile per loro trovarsi un lavoro stabile, anzi è molto complicato, soprattutto se non sono più giovani, pure se disposti a lavori poco qualificati e molto faticosi.
Qualcuno fa anche il lavapiatti, qualcuno lavora anche in ditte di pulimento, mentre per qualcun altro quella da rider è l’unica entrata economica. Tutti i giorni, immancabilmente, si posizionano nei punti strategici in città, vicino alla stazione ferroviaria e in aree limitrofe al Corso Italia, in attesa di una notifica dalla loro app. Sostano ciascuno con una bicicletta o lo scooter, magari vestiti con un impermeabile, casco, guanti e protezioni da ciclisti per ripararsi dalle intemperie.
Le loro condizioni salariali sono da fame, non esiste una paga oraria, è una specie di cottimo, dove si guadagna solo se si consegna. Si oscilla fra i 2 e i 5 euro a consegna, dipende da dove si deve portare la merce. Soldi sui quali poi ci si dovranno pagare le tasse per intero, come una partita Iva quali sono, anche se non sono proprio lavoratori autonomi.
Ad Arezzo, venerdì 27 marzo scorso, c’è stato un presidio in piazza Guido Monaco: la Cgil e un gruppo di rider hanno distribuito volantini sulle loro condizioni, cercando di sensibilizzare cittadinanza e politica. La protesta, infatti, è stata contro le grandi piattaforme ma era anche un sollecito per la richiesta di un confronto con l’amministrazione comunale.
Già nell’agosto dello scorso anno, Cgil e Nidil avevano chiesto al Comune di Arezzo di affrontare questo problema, ma non è mai arrivata alcuna risposta. In città, infatti, non esiste uno spazio per i rider, un posto dove fermarsi, lasciare i mezzi la notte, poter andare in bagno, ripararsi dal freddo, dalla pioggia o dal caldo, invece che stare in attesa ore in una piazza o sotto i portici. Uno spazio dedicato ai rider che sia una forma di accoglienza, questa era la richiesta.
Su questi lavoratori si scarica il rischio di impresa delle grandi piattaforme, configurando il fenomeno del caporalato digitale e vedendo la lesione del diritto alla tutela della salute e della sicurezza. Se si parla di sfruttamento, i rider ne costituiscono uno degli esempi più lampanti. Nonostante molti ristoranti, comunque, riescano ad avere ordini e guadagnare, pure nei giorni ‘fermi’, nessuna forza politica in città ha voluto rispondere a questo appello: né le forze di centro-destra (cui appartiene l’attuale sindaco uscente), né quelle dell’opposizione di centro-sinistra.
La legalità e la difesa dei diritti dei più deboli passano anche da forme di confronto e di gestione dei problemi, che richiedono, però, volontà e coraggio. Evidentemente nessuno reputa di averne.
