
Il 25 marzo scorso l’Assemblea Generale dell’Onu ha approvato la Risoluzione 80/250, “Declaration of the Trafficking of Enslaved Africans and Racialized Chattel Enslavement of Africans as the Gravest Crime against Humanity” (https://digitallibrary.un.org/record/4106660?ln=en). I voti favorevoli sono stati 123, corrispondenti all’80% dell’umanità. Contrari gli Usa, Israele e Argentina, astenuti 52 Stati tra cui tutti i paesi europei.
La stampa ha insistito soprattutto sulla formula del “più grave crimine contro l’umanità”, importante, naturalmente, anche se rischia di aprire una graduatoria delle atrocità. Ma il punto politico decisivo è un altro: per la prima volta una Risoluzione dell’Assemblea Generale prova a trasformare una lunga elaborazione storica, morale e politica in un terreno formalizzato di responsabilità degli Stati, di giustizia riparativa e di monitoraggio internazionale.
L’Assemblea Generale non scopre oggi né l’orrore della tratta né l’abominio del colonialismo. Il percorso che ha portato alla Risoluzione è antico, affonda nelle lotte dei paesi decolonizzati ed è inseparabile dalla nascita del movimento dei ‘Non allineati’, che fu il tentativo dei popoli usciti dal colonialismo di affermare che l’indipendenza politica doveva essere accompagnata da una trasformazione dell’ordine economico mondiale.
Già la Risoluzione 1514 del 1960 (https://docs.un.org/en/A/Res/1514(XV)), sulla concessione dell’indipendenza ai popoli colonizzati definiva l’assoggettamento alla dominazione straniera come una negazione dei diritti fondamentali. Poi, a Durban nel 2001, la Conferenza mondiale contro il razzismo riconobbe il nesso strutturale tra schiavitù, colonialismo e razzismo, indicando come le conseguenze continuino nel presente. Infine, lo scorso dicembre l’Assemblea Generale ha proclamato il 14 dicembre “Giornata Internazionale contro il Colonialismo in tutte le sue forme”.
La Risoluzione del 25 marzo si colloca in questa traiettoria ma fa un passo in più. La novità sta nel fatto che, oltre a mettere a sistema le acquisizioni precedenti, inserisce un principio di obbligazione politica degli Stati. Il testo riafferma che i crimini legati alla tratta e alla colonizzazione non sono soggetti a prescrizione, richiama il principio del diritto internazionale secondo cui gli atti illeciti comportano un dovere di riparazione, e chiama gli Stati ad aprire un dialogo “in buona fede” sulla giustizia riparativa, includendo scuse complete e formali, restituzione, compensazione, riabilitazione, soddisfazione, garanzie di non ripetizione, oltre alla restituzione dei beni trafugati.
Inoltre si chiede al Segretario Generale di presentare, nel 2028, un Rapporto sulle azioni di implementazione compiute dagli Stati, introducendo una verifica, sia pure non cogente, sull’operato dei paesi già colonizzatori, istituzionalizzando una finestra politica che offre uno strumento formale per l’iniziativa anticolonialista e decoloniale.
Le reazioni africane e caraibiche insistono su questo punto. John Dramani Mahama, primo ministro del Ghana, paese che ha proposto la Risoluzione, ha detto con nettezza che questa “è solo l’inizio, non la fine”. La Commissione africana dei Diritti umani e dei popoli ha parlato di un impulso che rilancia il cammino avviato con Abuja, Accra e con l’agenda riparativa dell’Unione africana. Così anche la Commissione sulle riparazioni della Caricom, Comunità caraibica.
Non si parte da zero. Esistono già quadri formali molto precisi. L’Abuja Proclamation del 1993 (https://au.int/sites/default/files/newsevents/workingdocuments/44462-wd-TheAbujaProclamation.pdf) rappresentò il primo tentativo organico degli Stati africani di avanzare una domanda comune di riparazione. La Accra Proclamation del 2023 (https://au.int/en/decisions/accra-proclamation-reparations) ha proposto un Comitato di esperti sulle riparazioni, un Fondo globale con base in Africa e perfino un Inviato speciale dell’Unione africana. La Caricom, dal canto suo, dispone da anni di un vero e proprio Ten Point Plan for Reparatory Justice (https://caricom.org/caricom-ten-point-plan-for-reparatory-justice/).
In questo quadro l’Italia non può più sottrarsi dal riconoscere le proprie responsabilità per il passato coloniale. Nel 2008, il governo Berlusconi accompagnò le scuse formali alla Libia con la promessa di 5 miliardi di dollari nel quadro del Trattato di Bengasi, a cui era legata un’intesa che consolidava condizioni di privilegio per l’Eni nello sfruttamento del petrolio libico. Non una riparazione, quindi, ma la prosecuzione di una relazione estrattivista. Verso Etiopia, Eritrea, Somalia, Balcani non c’è mai stata un’assunzione di responsabilità italiana pubblica, solenne e coerente. I gesti simbolici, come il ritorno dell’obelisco di Axum, non si sono tradotti né in atti formali né in una politica riparativa.
Un Ponte Per ha proposto l’istituzione di una commissione mista istituzioni-società civile per l’implementazione della Risoluzione, e la definizione di un’agenda politica formalizzata per preparare l’Italia alla revisione biennale da parte del Segretario Generale Onu.
