
E’ stato molte cose David Riondino, moltissime.
Io ho una certa età, Riondino aveva 73 anni, e non mi viene in mente nessun altro che come lui abbia scritto, cantato, ideato, televisionato, raccontato alla radio, in teatro, nei libri, in piazza, nelle scuole, nelle fabbriche e a Sanremo. Ovunque e sempre con grande intelligenza, leggerezza, capacità di sintesi, ironia e cultura. Con grazia.
Aveva iniziato come bibliotecario, per dieci anni alla Biblioteca Nazionale di Firenze. Molto preso dal suo lavoro – David Riondino si faceva prendere dalle cose, si immergeva e poi ritornava su con una sintesi sbilenca e perfetta – raccontava di essersi ritrovato un tardo pomeriggio chiuso dentro le sale della grande biblioteca perché, leggendo qualcosa, non si era accorto che era arrivato l’orario di chiusura, se ne erano andati tutti e avevano chiuso le porte. C’era un sistema di allarme nuovo e non c’era modo di uscire. Ed era anche il prefestivo di un lungo ponte.
Ci sono i telefoni, certo, alla Biblioteca Nazionale di Firenze, ma l’apparecchio sottomano al giovane Riondino può solo ricevere chiamate. Qui il Riondino maturo, con un inciso nel racconto, dice che l’istituzione – culturale e prestigiosa, certo, ma istituzione – diffida sempre del suo dipendente e lo tiene sottomesso: col telefono sì, ma senza possibilità di telefonare.
Il giovane Riondino prigioniero tra milioni di libri non si preoccupa. David Riondino non si preoccupava mai troppo. Mi pare abbia guardato al mondo e al domani, sempre, come a una possibilità. Senza sottovalutare i disastri, gli orizzonti cupi, certo, ma vedendo sempre davanti innumerevoli sentieri di cambiamento. Poi, quando la sera comincia a calare sulle austere sale della Biblioteca Nazionale il telefono suona. E’ una lettrice. Chiama per avere informazioni sugli orari di apertura.
David Riondino informa con squisita cortesia: la gentilezza è sempre stata un suo tratto. Forse, di più, una postura umana, un protendersi verso l’altro per capire meglio: che sia la piccola questione di un pensionato nell’ufficio postale o un pezzo di mondo, a Cuba. E’ uguale: un’attenzione gentile per ragionarci sopra, interpretare, raccontare. Poi chiede alla signora se può fargli la cortesia di dare un colpo di telefono ad un collega che abita lì vicino, perché venga a liberarlo. Termina il racconto, David Riondino, con la considerazione che “è sempre il lettore a liberare qualcosa. La potenza di un libro, le possibilità di un autore, un bibliotecario prigioniero in biblioteca”.
Era, anche in questo, un intellettuale. E glielo avevano chiesto: che cos’è, oggi, un intellettuale? “Una persona fisica, che comunica, che partecipa, che sa trasformare la sua esperienza in qualcosa che serva anche agli altri, che non trasforma il sapere in potere, che ha un’idea sentimentale del comunicare ed è alla ricerca di un nuovo linguaggio”.
Un linguaggio da condividere, sempre. “A me piacciono molto i lavori condivisi”, aveva detto al Festival Letteratura di Mantova, “Se noi umani siamo così tanti un motivo ci sarà. Se sono stati fatti bipedi molto simili in così gran numero, il suggerimento è che da soli non ce la si fa: d’istinto hai l’idea dell’interazione, di condividere. Perché il materiale più condiviso che c’è tra gli uomini è la parola: non c’è bisogno di strumenti, né di tamburi, né di chitarre né di altro”.
Allora, altra domanda: cos’è un poeta? “Il poeta va lì improvvisando con le stesse parole che conosci tu, ma che messe in un’altra maniera fanno diventare vera una cosa, perché la imprimono in una maniera che tu quando la ricostruisci, la ricostruisci con quelle parole. E’ un passaggio da uno a molti, formidabile: io, il poeta, con queste parole ti racconto un mito e tu grazie a queste parole, al mito che ti ho raccontato, sai decifrare una sconfitta, una vittoria, una tragedia sentimentale, un suicidio d’amore”.
A me fa piacere ricordare David Riondino anche per la bellezza della sua sbadatezza, per me mitologica. Abitava a Roma ma aveva un’auto a Bologna, lo trovava molto utile per spostarsi meglio nelle mille cose che faceva: in treno fino a Bologna e poi in macchina. Aveva innovato anche la mobilità, David Riondino. E ce l’aveva – l’auto a Bologna – perché una volta l’aveva parcheggiata lì ma poi non l’aveva più trovata. Così ne aveva comprata un’altra. Poi si era ricordato che non l’aveva parcheggiata lì, ma in un altro posto. Vicino a casa di Stefano Benni, con cui condivideva molte cose.
Moltissime ne ha condivise con Dario Vergassola, in giro per l’Italia. E un giorno devono essere a Trento, in teatro. Ma Riondino è a Terni, ha letto male. Ma non vuole saltare lo spettacolo: non è da lui. Trova un aereotaxi che lo porta a Trento. Gli costa un capitale, ma non si può deludere chi è uscito di casa e ha pagato un biglietto per venire a vederti. In una versione del racconto – ogni grande mito ha molte versioni – David Riondino viene paracadutato direttamente sul tetto del teatro. A me piace vederlo così, cullato dolcemente dal vento, che fluttua e scende a raccontare e prende appunti per un altro racconto.
