Non ho mai avuto l’occasione di incontrare di persona Gino Paoli, anche se ho avuto il privilegio di interpretare a mia volta alcune sue canzoni e di assistere a un paio di suoi concerti. Ma il mio primo “vero” incontro con la sua musica ebbe luogo in un pomeriggio d’estate del 1963, in un campo di calcio a San Vittore Olona, quando da una radiolina udii le note di “Sapore di sale”. Fui colpito dalla melodia e dal testo che profumava di vacanze e d’amore, e in effetti il brano conobbe una straordinaria popolarità.

La canzone si sviluppa sul giro armonico di Do, caratteristica spesso considerata in modo riduttivo come ingrediente di canzoni banali. Ma la banalità nella produzione di Paoli è rara: pensiamo a brani come “Che cosa c’è” in Do, La minore, Re minore, Sol che poi si sposta nell’interscambio modale nella tonalità di Mib con l’inserimento di armonie che creano un’autentica magia e accordi di terza dominante, diminuiti e minori, a percorrere per tre volte il cambio di tonalità. Dunque siamo ben oltre il “semplice” giro di Do.

Da dove nasce il successo di Gino Paoli? Nell’Italia del boom economico, nei primi anni Sessanta, il cantautore si fece notare per la sua aria esistenzialista da bohémien, metaforicamente – e a volte letteralmente – accendendo una sigaretta e piazzando un posacenere pieno di mozziconi al centro della scena musicale nostrana. Paoli, infatti, insieme alla “scuola genovese” (Tenco, Lauzi, De André, Bindi, i fratelli Reverberi) rivoluzionò la canzone unendo alla poesia il jazz e lo stile dei chansonnier francesi, oltre a introdurre nei testi il realismo del quotidiano e riferimenti letterari.

L’artista fu influenzato da Sartre, Simone de Beauvoir e Apollinaire, ma anche da Hemingway e Steinbeck. La sua scrittura abbandona i cliché sentimentali per descrivere l’autenticità dell’esistenza e, nonostante la triste parentesi del tentato suicidio nel 1963, esprime un desiderio insopprimibile di vita. Egli affronta con metafore memorabili l’amore, il sesso, la noia e la fatica di vivere e li trasforma in materiale da classifica, jukebox e soprattutto da radio.

In molti suoi brani, alla maniera dei poeti ermetici, è presente lo schema della sottrazione, che sposta l’attenzione su oggetti e immagini concrete come la macchia nera sul muso del felino e la stellina che appare alla finestra della piccola dimora di Boccadasse ne “La gatta”, mentre il soffitto viola e il suono dell’armonica che ne “Il cielo in una stanza” diventa un organo non portano l’ascoltatore a identificare un momento di amore mercenario, ma lo fanno viaggiare nell’immensità.

Paoli ha sempre avuto la capacità di descrivere i semplici gesti di ogni giorno e ogni sua canzone ci porta dentro i dettagli di un momento intimo. Pensiamo a “In un caffè”, uno dei suoi brani meno conosciuti, che racconta di un innamoramento al bancone di un bar tra camerieri sgarbati e “un caffè fatto male”. L’ intuizione geniale del cantautore è quella di accostare a un incontro che diventa il preludio di una ‘lunga storia d’amore’ una prosaica immagine di maleducazione.

Anche per Gino ci furono luci ed ombre, nella carriera e nella vita privata, ma tra i tanti episodi preferisco ricordare il suo mettersi a disposizione come deputato indipendente nelle file del Pci (poi Pds) tra il 1987 e il 1992. Lui stesso ritenne quell’esperienza un errore, per mancanza di adeguate competenze e anche per la sua natura poco incline al compromesso. Se guardiamo ai giorni nostri e alla mediocrità della politica attuale, una dichiarazione così umile e coerente sembra lontana anni luce.

Strinse inoltre un importante sodalizio con don Gallo, il “prete degli ultimi”, e si dimostrò sensibile ai temi sociali. Questo rafforza, a mio avviso, ancor più il valore di Gino Paoli, che io ricorderò tra gli artisti che hanno saputo, nel breve spazio di una canzone, narrare la vita in un attimo e l’amore di sempre.

Grazie, Gino.