
Quando un sistema non sa cosa fare di una generazione, la convoca. La chiama nei momenti di crisi affidandole un compito visibile, per poi registrare la sua presenza come fosse un’eccezione, un raro evento. È la stessa logica del decreto d’urgenza: si interviene sull’esistente, fingendo che prima non ci fosse nulla. Che il problema sia emerso ieri. Che la soluzione possa esaurirsi domani.
Il 28 marzo scorso, 300mila persone hanno attraversato le strade di Roma lanciando un messaggio chiaro: un sistema basato sul profitto a discapito delle persone e una deriva sempre più autoritaria dei governi non sono il mondo che vogliamo. Non sono re o regine a rappresentare le nostre istanze.
La presenza delle nuove generazioni è stata preponderante. I giovani però non sono tornati. Non se ne erano mai andati. Erano semplicemente fuori dalla convocazione e, dunque, inesistenti nel discorso pubblico.
Pochi giorni prima, il 22 e 23 marzo, gli stessi giovani si erano presentati in massa alle urne per dire No alla riforma della giustizia proposta dal governo Meloni. Il No tra gli under 35 ha superato il 60%, sono stati la fascia con il dato di affluenza più elevato, oltre il 67%. Eppure, ogni volta la partecipazione giovanile si presenta come “raro evento da raccontare”. È la logica della convocazione straordinaria: i giovani esistono politicamente solo quando vengono chiamati e registrati. Il resto del tempo – quello delle vertenze, della militanza, delle assemblee – non è stato ordinato, e dunque non conta.
Tutto ciò accade anche a causa della narrazione tossica e banalizzante che attraversa il nostro Paese – e non solo – quando si parla di nuove generazioni. Fannulloni, distaccati, cinici, disinteressati. Dire che i giovani “sono finalmente tornati” rischia quindi di essere fuorviante. I giovani ci sono sempre stati. Si sono mobilitati nelle università, nei movimenti per il clima, nelle vertenze sul lavoro e sul diritto allo studio, per le istanze transfemministe e non solo. Non sono mai spariti: è stato lo sguardo pubblico a scegliere quando renderli visibili o invisibili, e soprattutto per cosa. Scegliere quando rendere visibile una generazione è un atto di potere, non di cronaca. E così ogni voto giovanile diventa una sorpresa, ogni mobilitazione un’emergenza da raccontare, invece che una continuità da riconoscere.
Però una verità c’è: non ci sono sempre stati tutti, non ci sono sempre stati nello stesso modo, non ci sono sempre stati per tutto. Così come, del resto, non c’è mai stata nessuna generazione. Ma sta proprio qui il punto. Continuiamo a parlare di giovani come una categoria unica, compatta. Come se avere la stessa età producesse automaticamente stessi pensieri, bisogni, necessità. Finché continueremo a parlare indistintamente “dei giovani”, senza mai entrare nella complessità, qualsiasi analisi sulla partecipazione giovanile rischierà di cadere in risposte superficiali. Continueremo a non creare un reale dialogo con una generazione che ha tremendamente bisogno di sentirsi vista, presa in causa.
C’è un filo rosso che lega il risultato referendario, la mobilitazione del 28 marzo e le recenti mobilitazioni per il popolo palestinese: le nuove generazioni risultano maggiormente presenti quando riconoscono una minaccia concreta ai diritti collettivi. No Kings è anche e soprattutto una risposta strutturale a provvedimenti liberticidi come il decreto Sicurezza, all’idea di Paese verso la quale ci vogliono portare e che non possiamo far passare semplicemente osservando.
Il dato più incoraggiante della manifestazione romana, tuttavia, è stato la sua natura profondamente intergenerazionale. Se invece di dire “finalmente ci sono i giovani” iniziassimo a dire “finalmente ci siamo stati tutti, insieme”, l’analisi acquisterebbe tutt’altro significato. Riportare al centro il portato intergenerazionale significa rompere la narrazione per cui l’unica via debba essere lo scontro generazionale: quella in cui ci sono i bisogni dei giovani, quelli degli adulti, quelli degli anziani, e mai di tutti, mai di un’idea comune di Paese che va oltre il dato anagrafico.
I giovani non sono tornati. Erano semplicemente fuori campo, fuori dal campo che qualcuno aveva scelto di inquadrare. La domanda che dovremmo porci è “chi decide che la presenza dei giovani vale come fatto politico?”. La risposta disegna i confini reali della democrazia che tentiamo di difendere. Una democrazia che convoca le nuove generazioni solo nei momenti di crisi non le include: le usa.
Il dato intergenerazionale del 28 marzo ci apre, invece, ad una nuova strada: che la difesa degli spazi democratici non sia una convocazione straordinaria di nessuno, ma il lavoro ordinario di tutti. Non abbiamo davanti un’emergenza da gestire, bensì un progetto da costruire insieme: con le esperienze di chi c’era, le energie di chi c’è, e la consapevolezza che nessuna generazione, nessuna soggettività ai margini può permettersi di farlo da sola.
