I contratti della sanità privata e delle Residenze sanitarie assistite (Rsa) sono fermi da 8 e 14 anni, rispettivamente dal 2018 e dal 2012. Detto così sembra un dato tecnico, ma basta guardare cosa è successo nel frattempo per capire l’assurdità della situazione.

Nel 2018 c’era il passaggio tra il governo Gentiloni e quello Conte I. Nel 2012 Napolitano era ancora Presidente della Repubblica, il caffè al bar costava 0,90 euro, il Coronavirus era solo materia da convegni di virologi e Samanta Cristoforetti non era ancora andata nello spazio, cosa che farà solo nel novembre 2014.

Da allora il mondo è cambiato più volte: una pandemia globale, guerre, crisi economiche, inflazione record. Tutto è cambiato, tranne i contratti collettivi della sanità privata. Eppure parliamo di lavoratrici e lavoratori che ogni giorno, in ospedali, cliniche e Rsa, garantiscono prestazioni assistenziali di altissimo valore. Professioniste e professionisti che i grandi gruppi della sanità privata continuano a ignorare, lasciando i loro Ccnl fermi da più di un decennio.

Per questo la Fp Cgil, insieme alle altre categorie sindacali del settore, ha proclamato per il 17 aprile una giornata di sciopero nazionale. A Roma scenderanno in piazza migliaia di lavoratrici e lavoratori della sanità privata e delle Rsa per rivendicare il rinnovo immediato dei contratti, aumenti salariali che recuperino il potere d’acquisto perso, il riconoscimento della professionalità e la conciliazione vita-lavoro.

Non è solo una questione economica. È dignità professionale per chi ogni giorno protegge la salute dei cittadini, nonostante condizioni di lavoro rese sempre più precarie dall’inerzia datoriale e da una contrattazione che da anni non si sblocca.

Il rinnovo del Ccnl non riguarda solo gli aumenti salariali; significa affrontare i temi della conciliazione vita-lavoro, della valorizzazione delle mansioni, della qualità del lavoro in un settore diventato centrale per un paese che disinveste, colpevolmente, sulla sanità pubblica. Rsa e cliniche private sono dunque parte del sistema di cura che la politica ha consegnato ai grandi gruppi: in tutta evidenza, non si può continuare a reggere con contratti vecchi di 8 e 14 anni.

Nel milanese e in generale in tutta la Lombardia, i grandi centri privati sono accreditati ed equiparati al pubblico per legge. Qui nasce il paradosso: strutture che ogni anno incassano milioni di euro di finanziamenti pubblici, concentrano il profitto nelle mani di pochissimi. Un modello che scarica i costi sulla comunità, sui pazienti, in particolare i cronici, e su chi lavora, il che rende ancora più inaccettabile il rifiuto di sedersi al tavolo per rinnovare i contratti. Mentre le strutture private accreditate incassano rimborsi pubblici per ogni prestazione, chi ci lavora viene pagato con contratti scaduti anche da 14 anni. Soldi pubblici per arricchire privati, sulla pelle di chi cura.

Nelle ultime settimane alcuni grandi gruppi della sanità privata milanese hanno iniziato a muoversi con proposte di accordi aziendali, aumenti spot, offerte unilaterali. Tutte iniziative volte all’obiettivo, evidente, di indebolire l’adesione allo sciopero del 17 aprile.

Si tratta però, nei fatti, di un segnale rivelatore della portata dello sciopero: dopo anni di immobilismo padronale, bastano poche settimane di mobilitazione per far muovere chi non ha mai mosso un dito.

La nostra risposta, quella della Fp Cgil, rimane ferma e decisa, non accettiamo mance ed elemosina, vogliamo dignità e salari adeguati. Lavoratrici e lavoratori hanno ben compreso che le proposte spot sono un’ammissione di colpa: se i soldi ci sono per comprare il personale a poche settimane dallo sciopero, allora ci sono e c’erano anche per rinnovare i contratti.

Da settimane abbiamo avviato presidi, assemblee e volantinaggi in tutta Milano e provincia. Davanti ai cancelli di cliniche e Rsa abbiamo incontrato migliaia di pazienti, spesso increduli quando scoprivano che chi li assiste ogni giorno è pagato con contratti fermi al 2012. Molti si aspettavano che almeno una parte delle somme che pagano per una prestazione finisse nelle tasche di chi lavora, non concentrata nelle mani di pochi “imprenditori”.

Per questo lo sciopero del 17 aprile ha anche una forte connotazione di giustizia sociale: non è una società giusta quella che non ridistribuisce ricchezza e che non prevede un ritorno fiscale dagli extra-profitti maturati sulle spalle di contribuenti, pazienti e lavoratrici e lavoratori. Lo sciopero è la prova che la misura è colma.

In un mondo attraversato da crisi, guerre, inflazione e trasformazioni profonde del lavoro, il rinnovo del Ccnl non è solo urgente, è necessario per garantire futuro, qualità e giustizia a chi ogni giorno tiene in piedi una colonna oramai fondamentale su cui si regge il sistema sanitario regionale e nazionale.