Il 31 marzo scorso è stato presentato a Firenze il rapporto di ricerca “Il lavoro penitenziario e il lavoro in uscita dal carcere come strumento di reinserimento sociale e di dignità della persona”, realizzato in collaborazione tra l’ufficio del Garante regionale, il Dipartimento di giurisprudenza dell’Università di Firenze e il centro di ricerca Altro Diritto.

La ricerca è stata guidata, come ricordato dal garante regionale Giuseppe Fanfani nella presentazione, “dal desiderio di conoscere il problema e di concorrere ad individuare le soluzioni … senza lavoro il reinserimento dopo il carcere è una utopia, e senza una struttura forte e creata a tal fine in grado di portare risultati, il reinserimento resta una parola vuota”.

Il lavoro, elemento cardine del reinserimento per le persone ristrette, è diritto fondamentale e valore fondante, identitario, della nostra Repubblica, sancito dall’art. 1 della Costituzione, la quale, all’art. 4, stabilisce che la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro, e all’art. 35 che la Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme e applicazioni, non facendo mai distinzioni tra lavoratori. Il lavoro per le persone ristrette ha un valore ulteriore: è una fonte, per quanto limitata, di reddito, può consentire l’emancipazione dai circuiti dell’illegalità, delle disuguaglianze, del disagio, della povertà, dell’esclusione, e promuovere il reinserimento sociale.

Ma quale è, ad oggi, la situazione reale con la quale fare i conti?

I dati che emergono da questa ricerca, relativi alla Toscana, sono leggermente migliori rispetto al dato nazionale, ma anche in questa regione la maggior parte delle persone ristrette non è inserita in attività lavorative: al 30 giugno 2025 risulta titolare di una occupazione circa il 45% delle persone ristrette (a livello nazionale sono circa il 33%), e di queste l’81% lo è alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria. Questo significa che la stragrande maggioranza delle persone occupate lavora per poche ore al giorno, per pochi giorni la settimana, per pochi mesi l’anno, in maniera discontinua, in assenza di percorsi professionalizzanti, con salari assolutamente inadeguati, visto che, ad oggi, è ancora prevista una retribuzione pari ai 2/3 del salario contrattualmente previsto. Le mansioni più diffuse sono quelle che, con una terminologia infantilizzante e poco rispettosa, definisce le persone lavoranti e non lavoratori, e attribuisce loro le qualifiche “spesino”, “scopino”, “scrivano”.

Nonostante l’importanza che riveste il lavoro per il reinserimento delle persone, e per l’abbattimento delle recidive (si dice che per chi lavora la recidiva scenda dall’80% al 2%), molti sono gli ostacoli che si frappongono ad un concreto inserimento lavorativo, primo fra tutti una profilazione delle competenze completamente assente, come assenti sono percorsi professionalizzanti per chi lavora alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria. Il garante Fanfani, infatti, afferma che il quadro che restituisce la ricerca è drammatico, per l’assenza di offerta e di offerta qualificante, per l’assenza di un incrocio fra domanda ed offerta, per le difficoltà che le imprese e le cooperative trovano nel portare lavoro in carcere.

Ricerche come questa sono importanti, anche perché danno la misura di come le amministrazioni potrebbero agire, descrivono le possibilità che hanno le aziende per accedere ad alcuni benefici, quali il credito di imposta e gli incentivi per l’assunzione dei detenuti: se il lavoro in carcere deve perdere ogni carattere afflittivo, deve avere le stesse tutele e le stesse garanzie del lavoro fuori, e l’amministrazione è tenuta a garantirlo.

La funzione, il ruolo di una organizzazione sindacale come la Cgil può essere molto importante: rivendicando un lavoro che non sia una concessione, un riempimento di tempi vuoti, ma un lavoro dignitoso, riconosciuto, tutelato e pienamente contrattualizzato. Chiamando, anche attraverso la contrattazione sociale, tutti i soggetti coinvolti alle loro responsabilità; le Regioni per esercitare il ruolo di programmazione e coordinamento fra le diverse istanze e le diverse commissioni che si interessano di impiego, formazione, servizi sociali; gli enti locali per creare servizi di inserimento lavorativo per i detenuti, per raccordare e coordinare le attività delle cooperative e le iniziative private. Con la costituzione delle commissioni regionali e di istituto per l’inserimento lavorativo delle persone, la promozione di attività di formazione professionale, la sottoscrizione di protocolli di intesa per la realizzazione di sportelli lavoro e sportelli diritti, quali strumenti fondamentali per la mappatura delle competenze e per aumentare le opportunità di formazione e inserimento lavorativo. Questo è il compito che ci consegna questa ricerca, e il modo per rispondere alla finalità rieducativa sancita dall’art. 27 della Costituzione.