Il primo aprile scorso, la Flc Cgil, insieme agli altri sindacati rappresentativi, ha siglato presso l’Aran l’ipotesi di rinnovo del Ccnl ‘Istruzione e Ricerca’ per il triennio 2025-2027, che coinvolge il personale di scuola, università, enti di ricerca e Afam.

L’intesa, per ora, riguarda esclusivamente la parte economica per garantire una tutela immediata dei salari. Rinvia invece alla fase successiva la definizione degli aspetti normativi, pur riconoscendo fin da subito ai sindacati firmatari il pieno diritto alla contrattazione integrativa. Si tratta di un passaggio rilevante poiché, nel Pubblico impiego, tale prerogativa è preclusa alle sigle che non sottoscrivono il Ccnl.

Per comprendere l’importanza di questa firma occorre fare un passo indietro per ricordare che la Flc Cgil non ha firmato il precedente contratto (2022-24). Una scelta difficile, ma necessaria: quel contratto copriva appena un terzo dell’inflazione reale, disponendo aumenti retributivi del 6% a fronte di un’inflazione nel triennio superiore al 17%, scaricando così sulle spalle di 1,3 milioni di lavoratrici e lavoratori il peso della crisi economica e di scelte politiche scellerate come quella per la spesa in armi.

L’attuale ipotesi di Ccnl, invece, riconosce aumenti medi mensili di 137 euro, pari a un incremento del 5,9% degli stipendi tabellari, ovvero una percentuale in linea con l’inflazione prevista nel triennio. Il nuovo accordo ripristina così un principio inderogabile: la retribuzione deve, come requisito minimo, restare agganciata al costo della vita. Negare questo nesso significherebbe avallare una redistribuzione della ricchezza regressiva, una sorta di ‘Robin Hood al contrario’ che sottrae risorse al lavoro dipendente a favore delle rendite o di altre categorie.

Un ulteriore valore di questo rinnovo è la tempistica: la firma arriva infatti durante la vigenza contrattuale, rompendo la consuetudine che vedeva i contratti siglati sistematicamente a triennio già concluso.

Tuttavia, si pone ora il tema cruciale di come garantire – al termine del 2027 e in assenza di meccanismi di adeguamento automatico – il recupero dell’eventuale scarto tra inflazione prevista e inflazione reale. È una criticità che non riguarda solo il comparto della Conoscenza, ma investe trasversalmente l’intero mondo del lavoro, pubblico e privato. L’attuale modello contrattuale, infatti, è privo di clausole di salvaguardia capaci di proteggere i salari dalle dinamiche inflattive.

Questa assenza ha determinato, negli ultimi decenni, una drastica erosione del potere d’acquisto ed un impoverimento generalizzato che, pur con intensità diverse tra le categorie, rappresenta un tratto diffuso del nostro attuale sistema di relazioni industriali. Da qui l’urgenza di una risposta strategica e unitaria che veda l’intero livello confederale impegnato in una sfida non più rinviabile.

E’ necessaria un’azione sindacale d’insieme che ponga come obiettivo prioritario la tutela reale dei salari rispetto alle dinamiche inflattive. Solo un’azione coordinata può arrestare il progressivo declino delle retribuzioni italiane e colmare il divario, ormai insostenibile, con il resto d’Europa.

In quest’ottica, la Flc Cgil ha ribadito con forza che la trattativa per il rinnovo del Ccnl 2025-27 non si esaurisce con la firma della pre-intesa economica. Resta infatti prioritario, da una parte, completare l’impianto contrattuale intervenendo sugli aspetti normativi del rapporto di lavoro, dall’altro è fondamentale garantire tutele che permettano di recuperare, a fine triennio, l’eventuale scostamento tra l’inflazione programmata e quella reale.

Si tratta di una necessità quanto mai concreta: l’instabilità dello scenario internazionale e il perdurare dei conflitti bellici stanno già provocando fiammate sui prezzi dei beni energetici, innescando una spinta inflattiva che rischia di erodere nuovamente i salari. Per il sindacato, dunque, la stagione contrattuale resta aperta: non è possibile accettare che il costo delle crisi globali si scarichi ancora una volta sulle spalle di chi lavora.

Per raggiungere questi obiettivi sono indispensabili risorse aggiuntive che, tanto per il comparto della Conoscenza quanto per l’intero Pubblico impiego, non possono che trovare copertura nella prossima legge di Bilancio.

Sarà proprio questo il banco di prova per il governo, ma anche per il sindacato. Dal governo non ci aspettiamo – coerentemente con il passato – grande attenzione per i bisogni di chi lavora. Dal sindacato invece sì, saremo chiamati a mettere in campo il massimo sforzo di mobilitazione, per rivendicare e ottenere gli stanziamenti necessari per tutelare pienamente le retribuzioni e la dignità di tutto il personale.