
Durante il Forum del Welfare del Comune di Milano da poco concluso si è parlato di diritti e contrasto alle disuguaglianze e di “valori con cui una comunità sceglie di prendersi cura delle persone e garantire accesso alle opportunità”.
Protagonista ne è stato anche il variegato mondo del Terzo settore che, chiamato a farsi carico insieme all’ente pubblico delle principali sfide sociali, con i suoi lavoratori contribuisce a tenere in piedi l’articolata struttura del welfare in maniera sostanziale, competente e sempre più organica al sistema.
Come lavoratrice di lunga data del settore, sento oggi il bisogno di alzare lo sguardo dalla quotidianità dell’impegno operativo per riflettere sul valore e il senso del nostro lavoro che, nell’era dell’IA, trova nel fattore umano le ragioni della sua attualità e modernità.
“La povertà è una colpa, la migrazione è un reato, l’adolescenza è una patologia”. Con questa ottima sintesi è stato raccontato il sentire e il quadro in cui il lavoro sociale viene portato avanti, nel corso di alcuni convegni sul tema. Uno di questi esplorava “scenari per attrarre e trattenere capitale umano qualificato nei servizi alla persona”, a partire dalla ricerca “Professionalità qualificate nei servizi di cura” redatta da Evaluation Lab-Fsvgda, che documenta lo scarso interesse dei lavoratori giovani per il settore.
La sua bassa reputazione è certificata dai salari, più bassi del 30% rispetto al comparto profit, ma anche più bassi di quelli dei lavoratori pubblici a parità di mansioni. Le scarse possibilità di crescita professionale completano il quadro di lavori svalorizzati, spesso percepiti come passaggi verso altre occupazioni: “lavoretti” in cui è difficile immaginare quel futuro a cui i giovani, sempre chiamati in causa, non vogliono più rinunciare.
Il tema del cosiddetto “people raising” è ormai oggetto anche di quei bandi di finanziamento tanto essenziali per la sopravvivenza delle Ets. Al dunque sulle azioni finanziabili però, i bandi parlano di “sviluppare processi per l’inserimento delle risorse lavorando su motivazioni, senso di appartenenza, legami con le comunità …”, con grande enfasi sul reperimento di volontari.
Dunque il problema è che i giovani non sono motivati, sono individualisti ed egoisti, se ne fregano della comunità? Il bando tace e sottilmente alimenta le ragioni alla base della frattura generazionale, ciò che affligge i nostri posti di lavoro: non si parla di lavoro, ma di vocazione, cuore e sacrificio. Eppure sono richieste professionalità alte, disponibilità, flessibilità, resistenza allo stress.
L’antropologo Davis Graeber, nel libro “Bullshit Jobs”, sostiene che in un mondo sempre più affollato di lavori senza senso, il prezzo per svolgere una professione di senso e reale impatto sulla comunità è che questa venga socialmente svalutata. Siamo lavoratori poveri perché dovrebbe bastarci la ricompensa morale. La svalutazione non è solo economica: se competenza e professionalità sono dovuti, il lavoro diventa invisibile, casalingo, realizzato, forse non casualmente, da una maggioranza di lavoratrici – fuori dalla governance – donne. E’ un lavoro da donne perché animato con grazia e in silenzio dallo “spirito femminile” di una madre chiamata, in quanto tale, ad essere conforto e quieto pilastro della famiglia.
L’ambiente informale, familiare e apparentemente democratico di questo (non) lavoro cela ambiguità su ruoli e mansioni, procedure non definite e affidate al senso di responsabilità del singolo, assenza di percorsi di carriera.
I giovani passano e fuggono e noi – ultima generazione ad aver interiorizzato il valore del sacrificio con l’idea di cambiare la società – invecchiamo, poveri, stanchi e con il sospetto che la nostra dedizione contribuisca solo a tenere in piedi modelli stantii e di conservazione. Sembra infatti che un Terzo settore che continua a produrre on demand progetti sulle donne e sui giovani, non sappia vedere né ascoltare le donne e i giovani che (ancora) lo animano.
Del resto, che visione della società proponiamo, se la cura delle persone fragili è affidata a lavoratori la cui cultura professionale, ispirata al principio della bontà d’animo, è totalmente carente di nozioni di diritto, salute e sicurezza sul lavoro? Se i diritti dei lavoratori, il sentirsi soggetto collettivo, parte di quella comunità di cui ci si vuole prendere cura, non abitano lo stesso tempo e luogo delle politiche di welfare che il proprio lavoro dovrebbe tenere in vita, la crisi di senso e la solitudine degli operatori è solo il primo sintomo di un settore vecchio e moribondo, incapace di rinnovarsi.
Se viene meno il ruolo politico e la capacità di ispirare il cambiamento della società, come seppe fare il mondo cooperativo prima che la legge Basaglia diventasse tale, il Terzo settore rimane un mero gestore di sfighe gestito da sfigati. Sarà allora meglio correre ai ripari con un buon piano pensionistico e imparare a farci sentire ricordando, con le parole delle coop Comin e Diapason, che “noi siamo Repubblica”.
