Le carceri italiane sono una discarica della marginalità sociale, dove sono spesso violati i diritti dei reclusi; un luogo sovraffollato, di sofferenza, che incattivisce anziché rieducare, con molti atti di autolesionismo e suicidi, con un personale di polizia penitenziaria e di assistenza sociale insufficiente, impossibilitato a svolgere adeguatamente la funzione rieducativa prevista dalla Costituzione.

L’immigrazione è anche spinta dal bisogno (push factor) ma è soprattutto trainata (pull) dalla domanda di lavoro da parte di imprenditori avidi (e talvolta dalla criminalità) che però vogliono immigrati ricattabili e senza diritti, per sfruttarli meglio.

Se si tiene anche conto che la legislazione è “garantista” soprattutto per i “colletti bianchi”, non possiamo certo meravigliarci che tra i reclusi ci siano numerosi immigrati, e tra questi sia consistente la quota di chi aderisce alla fede islamica, o almeno provenga da Paesi di tradizione culturale islamica.

Quindi tra i tanti problemi del carcere c’è anche quello del rispetto dei diritti fondamentali in materia di spiritualità, da affrontare nel quadro di un rapporto tra carcere e territorio, non solo per garantire la libertà religiosa (articolo 19 della Costituzione), ma per fornire supporti spirituali e culturali durante la detenzione che favoriscano il reinserimento sociale e la rieducazione, per evitare la reiterazione dei reati (articolo 27 della Costituzione).

Dunque, politiche interculturali per una pena umanizzata e una laicità compiuta concretamente, nell’interesse dell’intera società (tranne di chi vuole strumentalizzare i problemi di sicurezza a fini elettoralistici).

Di questo abbiamo parlato nel convegno che si è tenuto alla Casa della Cultura di Milano il 2 aprile scorso, che ho coordinato per conto dell’Aps ‘ArciAtea rete per la laicità’, e in cui sono intervenuti: Giuseppina Scala, giurista del Cisp, Centro Interdisciplinare Scienze per la Pace, di UniPi, don Gino Rigoldi, cappellano emerito dell’Istituto Penale per Minorenni maschile e femminile ‘Cesare Beccaria’; l’imam Abdullah Tchina, del Centro culturale islamico di Sesto San Giovanni e Milano, e imam del Beccaria; Mounia El Fasi, presidente dell’Associazione Donne di Qua e di Là di Parma e murshida (assistente spirituale) degli Istituti Penitenziari di Parma; Alessandro Bonardi, coordinatore del Gruppo nazionale di lavoro per la stanza del silenzio e dei culti; Denise Amerini, della Cgil nazionale, responsabile carcere e dipendenze.

Don Gino Rigoldi, storico cappellano cattolico del Beccaria, ha auspicato che nel carcere, dove transitano molti stranieri, giovani e di religione musulmana, sia consentito l’ingresso di un ministro di culto musulmano che possa occuparsi dell’assistenza spirituale a questi ragazzi. Il 7 luglio 2025 è stato firmato un protocollo con le autorità preposte che assicura l’ingresso dell’imam Abdullah Tchina, ad affiancare il cappellano non soltanto nella consulenza religiosa ma per fornire ai ragazzi musulmani una figura di fiducia e un sostegno umano e morale.

A Parma, già dal 2022, è stato autorizzato non solo l’ingresso dell’imam per la preghiera del venerdì, ma anche quello della dottoressa Mounia El Fasi che ha firmato pure una convenzione con l’Istituto Penitenziario di Parma e il Forum Internazionale Democrazia e Religioni di UniPd. Oltre all’assistenza materiale e spirituale è stata realizzata una ricerca, a cui ha collaborato il dottor Alessandro Bonardi, coordinatore del Gruppo nazionale di lavoro per la stanza del silenzio e dei culti, sulle aspettative spirituali attraverso un gruppo di lavoro con i detenuti stessi. Insomma, un ponte concreto tra il territorio e il carcere.

Anche ‘ArciAtea rete per la laicità’ Aps da sempre auspica la realizzazione di dispositivi “neutri” come le “stanze del silenzio” (negli ospedali, nei luoghi di lavoro, nelle carceri, ecc.) che permettano il riconoscimento di una società mutata, basata non su ghetti multiculturalisti ma su politiche interculturali, sul pluralismo, sui diritti di tutti e tutte, credenti in diverse fedi o in nessuna.

Particolarmente significativo è stato l’intervento conclusivo di Denise Amerini, che ha evidenziato come la spersonalizzazione indebolisca lo spirito e quindi anche l’esercizio dei propri diritti, ma ha anche ribadito che senza risolvere i problemi strutturali a monte qualsiasi nostro intervento non potrà che essere parziale e limitato.

Le relazioni sono state molto “dense” e meritano di essere riascoltate: https://www.arciatea.it/carcere-e-islam/