
Il Romano Dives, la Giornata internazionale del popolo rom, è una bella giornata: ricorda il Primo congresso mondiale dei rom, tenuto dall’8 al 12 aprile del 1971 con delegati di 14 Paesi. Quel congresso ha significato una svolta decisiva nella coscienza di sé, nel diritto a partecipare alla vita sociale e civile, a difendere la propria cultura. Ha dato a un popolo senza patria un inno, Jelem jelem, un nome, ‘Rom’, uomo, concetto collettivo delle diverse comunità, una bandiera, una striscia verde in basso rappresentante la terra, una azzurra in alto per il cielo e in mezzo la ruota, il ‘Chakra’ indiano, che rimanda al viaggio dal Paese d’origine.
In questi 75 anni in Europa sono cresciuti l’associazionismo e l’attivismo rom, sono state promosse campagne contro la discriminazione, programmi per l’inclusione, approvate strategie nazionali. Eppure ancora oggi rom e sinti sono la minoranza più discriminata in Europa. In Italia l’82% della popolazione ha pregiudizi e ostilità nei loro confronti, e l’accesso ai diritti fondamentali – lavoro, casa, scuola, salute – non è scontato. Dobbiamo fare i conti con una forma specifica di razzismo, l’antiziganismo, così definito dalla Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza: “L’antiziganismo è una forma specifica di razzismo, un’ideologia fondata sulla superiorità razziale, una forma di deumanizzazione e di razzismo istituzionale nutrita da una discriminazione storica che viene espressa, tra l’altro, attraverso violenza, discorsi d’odio, sfruttamento, stigmatizzazione e le più evidenti forme di discriminazione”.
In questa definizione è determinante il riferimento al “razzismo istituzionale”, perché lì sta il problema della relazione tra minoranza e maggioranza: il mancato riconoscimento. Riconoscere significa rispettare, e qui ci sono solo assenze.
L’Italia, protagonista con la Germania delle politiche razziali, nella legge che istituisce il Giorno della memoria dice: “La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, ‘Giorno della Memoria’, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati”.
Il ‘Porrajmos’, il genocidio di rom e sinti durante la seconda guerra mondiale, gli oltre 500mila rom e sinti sterminati dai nazifascisti, non esistono. Di conseguenza non esiste colpa per chi dall’11 settembre 1940 ha organizzato l’internamento di rom e sinti sul territorio italiano e il loro trasferimento nei lager tedeschi. Se non esiste colpa non esiste risarcimento morale e civile. Per rom e sinti non c’è stata Norimberga, non c’è stato quel rimorso collettivo che rigetta l’antisemitismo, per rom e sinti non c’è stata quella soluzione di continuità che ha posto fine alla persecuzione degli ebrei.
Soprattutto il razzismo istituzionale sta nel fatto che rom e sinti, pur essendo la più grande minoranza storico-linguistica, in Italia dal 1400, non sono inseriti nella legge 482/1999, che riconosce e tutela le minoranze: diritto allo studio, all’insegnamento della lingua, diffusione della cultura, riconoscimento delle tradizioni. Il mancato riconoscimento priva la comunità rom della tutela garantita alle minoranze, impedisce un efficace contrasto a discriminazione e pregiudizio, a campagne d’odio e alla strumentalizzazione politica, causa della sua emarginazione sociale, civile ed economica.
A rom e sinti viene negato il principio di eguaglianza che sta alla base della Costituzione. Articolo 6: “La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche”, cioè quei gruppi che parlano una lingua madre diversa da quella dello Stato e portano una propria cultura. L’articolo 6 prevede l’attuazione dell’articolo 3 (principio di uguaglianza) e dell’articolo 2 che garantisce i diritti dell’uomo in tutte le formazioni sociali. E una comunità con caratteristiche etniche particolari, una propria lingua e una propria cultura costituisce di certo una “formazione sociale”.
Eppure per i cittadini italiani di etnia rom e sinti la Costituzione non vale.
Per questo dare un senso alla celebrazione del Romano Dives significa riconoscere la minoranza storico-linguistica rom e sinti: adempimento della Costituzione – una democrazia non è se una parte dei suoi cittadini è esclusa dai diritti sociali, civili e politici – e architrave di un vero contrasto all’antiziganismo, e insieme risarcimento dovuto a un popolo la cui dignità è stata calpestata nei secoli con una persecuzione fondata sulla negazione dell’identità e della sua cultura.
