Che rapporto c’è tra la piazza festante per la sconfitta di Orban e ciò che si prospetta secondo le intenzioni del nuovo leader, Peter Magyar, e la natura del nuovo Parlamento dove, come noto, sono ora presenti solo tre partiti e tutti e tre di destra? 

A qualche giorno, ormai, dal voto è possibile qualche riflessione in più, oltre il dire se e quanto si era contenti per la sconfitta di Orban o preoccupati per una situazione sicuramente complessa. Dal punto di vista di cosa succederà, si può stare a quanto detto da Magyar nella sua prima conferenza stampa. I punti emersi sono sintetizzabili in un voler “rientrare” nella “normalità” della Ue, ma …

In primo luogo vanno recuperati i fondi europei sospesi per “punire” Orban. Si tratta di 17 miliardi fermi su 27, cui si sommano quelli del programma Safe, lo strumento di prestito da 150 miliardi complessivi per la produzione militare su cui Budapest aspetta il via libera per il proprio piano. Per sbloccare questi fondi Magyar ha come mezzo quello di disinnescare i punti formali del contenzioso con la Ue. Quindi il tema dell’anticorruzione e della adesione, fin qui mancata, alla Procura europea. Poi il ripristino dell’indipendenza della magistratura e delle autorità investigative. Poi la libertà di stampa e la libertà delle università e dell’accademia.

Grande apertura alla adesione all’eurozona, che serve a dare stabilità.

Sul prestito all’Ucraina si rimuove il veto, ma si esercita l’opt out, e cioè non lo si paga. Buone relazioni con l’Ucraina e riconoscimento che non può essere forzata alle concessioni territoriali, ma finché c’è la guerra, e comunque per lungo tempo, non può entrare nella Ue. Con Putin una eventuale telefonata sarebbe breve solo per dire che deve fare la pace, come Trump. Ma si pensa di continuare ad usare il petrolio russo (non proprio quanto detto in campagna elettorale). Sulle migrazioni la linea è dura. Continua l’opposizione al patto Ue per le migrazioni. Si cercherà una soluzione compatibile con l’Unione, come fatto da altri.

Tra le altre cose annunciate c’è che il primo viaggio sarà in Polonia con l’idea di rilanciare Visegrad, e cioè quella alleanza identitaria, conservatrice, tra Paesi dell’Europa centrale già appartenuti al blocco dell’Est.

Dunque, fa bene chi festeggia? Certo alcuni elementi di Stato di diritto sono importanti. E questo vale per la gente. Per la Ue, che comunque mostra capacità di tenuta a dispetto di chi la pensa sempre al collasso, si vedrà quanto questa riarticolazione ungherese entrerà nel gioco politico delle relazioni tra Stati e tra maggioranze politiche, laddove von der Leyen si cimenta sempre più spesso sulla intercambiabilità.

Certo le sinistre, a partire dai socialisti, non avranno rappresentanza in Ungheria e non si rafforzano. Ma, tornando alle persone, cosa orienta e cosa si aspettano? In premessa c’è da dire che le belligeranti campagne contro l’influenza russa appaiono anche dal voto ungherese per quello che sono, cioè inutili e a rischio maccartismo. Come l’idea che tutti i movimenti siano ispirati da Soros. C’è una mappa sensoriale che le persone si fanno. In cui certo arrivano gli input della quotidianità attraversata anche dalle guerre ibride. Ma ci sono dentro le storie profonde e le condizioni di vita.

Le vite dell’est sono complesse, e diverse tra loro. La storia ungherese non è quella della Polonia o della Cecoslovacchia. Chi ha una età ricorda, se non l’invasione sovietica del 1956, i dibattiti che hanno continuato a svolgersi anche a decenni di distanza. La rivolta ungherese fu trattata diversamente, ad esempio, dal Pci rispetto a Praga. Non fu condannata la repressione. Fu naturalmente un grave errore politico, ma anche morale. Anche a posteriori si disse che erano due rivolte diverse. Ed è anche vero. Perché la storia ungherese è più politicamente ibrida, vede il marxista Lukacs ma anche l’alleanza col nazismo, mentre in Cecoslovacchia, prima di essere collocata nel blocco sovietico, il Partito Comunista prendeva quasi il 40%. C’è anche questa storia nei cartelli “via i russi” apparsi nei festeggiamenti.

C’è poi una condizione sociale, e esistenziale, di questo Est che nella Ue è stato piuttosto sussunto per via mercantile, che si è demograficamente ridotto per migrazioni, denatalità e anche riduzione di aspettativa di vita. Ma la natura di questo Est è anche culturalmente complessa. Ho letto recentemente libri molto belli su questo accavallo tra Est ed Ovest che resta, “Kairos” della tedesca Jenny Erpenbeck e “Nella carne” di David Szalay, che ci ha vinto il Booker Prize del 2025. La sua stessa vita è interessante. Per l’età ancora relativamente giovane (è nato nel 1974) che ci dice di una permanenza di identità culturale di una Storia. Per la biografia, madre canadese e padre ungherese, nato in Canada, trasferito in Libano, con la scelta poi di andare a metter su famiglia in Ungheria.

Ecco, le vite degli altri, sono da sentire per capire e dare più senso anche alle nostre. E all’Europa, liberandola da guerre e mercato.