
Una crisi sistemica tra stipendi al palo e fughe dal settore, i lavoratori chiedono dignità.
Il 17 aprile scorso, il cuore di Roma è diventato il palcoscenico della protesta per migliaia di professionisti della salute. Con un’adesione del 70% allo sciopero e la straordinaria partecipazione alla manifestazione in piazza Santi Apostoli, la mobilitazione nazionale della sanità privata, proclamata dalle tre federazioni di categoria della funzione pubblica Cgil Cisl e Uil, ha puntato il dito contro un immobilismo datoriale diventato ormai insostenibile.
La realtà contro cui lavoratrici e lavoratori si mobilitano con sempre maggiore determinazione è quella di un settore vicino al collasso: carichi di lavoro insostenibili, chi resta deve sopperire ai vuoti d’organico; fuga dal settore con un allontanamento o un abbandono totale della professione; scarsa attrattività, i giovani professionisti scelgono altre strade, spaventati da turni massacranti e retribuzioni ferme al decennio scorso.
Lo sciopero nazionale e la manifestazione di Roma non sono dunque solo una protesta salariale, ma un grido d’allarme per la tenuta dell’intero sistema sanitario. Senza il riconoscimento del valore di queste lavoratrici e di questi lavoratori, la crisi della sanità privata diventerà una ferita insanabile per il diritto alla salute di tutti i cittadini.
Il settore vive un paradosso inaccettabile. Mentre le strutture operano in convenzione per il servizio pubblico, garantendo un diritto costituzionale, i contratti dei lavoratori sono fermi in un limbo temporale: per la sanità privata i rinnovi contrattuali accumulano otto anni di ritardo; per le Rsa (controparti datoriali Aris e Aiop) la situazione è ancora più drammatica, con un blocco che dura da ben 14 anni.
Questo stallo si traduce in un’erosione devastante del potere d’acquisto. Con un’inflazione galoppante, gli stipendi attuali sono diventati del tutto inadeguati a garantire una vita dignitosa.
Quello del 17 aprile è il terzo sciopero della categoria. Il primo, a partire da settembre 2024, ha visto manifestazioni regionali davanti alle strutture sanitarie più rilevanti e il secondo, per quanto ci riguarda, davanti alla sede della Regione Veneto, perché riteniamo che anche l’istituzione pubblica sia chiamata a fare la sua parte, imponendo alle strutture che chiedono l’autorizzazione e l’accreditamento, per operare in convenzione con il Servizio sanitario nazionale, l’adeguamento dei salari dei lavoratori del settore al costo della vita.
Nonostante la mobilitazione costante, i tavoli negoziali non hanno prodotto alcun avanzamento. Le associazioni datoriali chiedono al governo di sostenere i costi degli aumenti contrattuali, denunciando una condizione economica che non rispecchia minimamente i proventi e il fatturato che queste aziende producono.
Secondo una nota di Fp Cgil, Cisl Fp e Uil Fp nazionali, “i dati dell’analisi aggregata dei bilanci dei maggiori operatori privati raccontano di un settore che nel 2023 ha toccato la cifra record di 12,02 miliardi di euro di fatturato netto, con una crescita strutturale del 15,5% rispetto al 2019. Parliamo di aziende che hanno visto raddoppiare l’utile netto in un solo anno, raggiungendo i 449 milioni di euro, e che dispongono di una liquidità immediata che sfiora gli 1,8 miliardi. È inaccettabile che questa ‘età dell’oro’ venga costruita sulla pelle di chi aspetta il rinnovo contrattuale da 8 anni nella sanità privata e da ben 14 anni nelle Rsa”.
Pur apprezzando i tentativi di mediazione proposti dal ministero, non possiamo arretrare. La distanza tra i bilanci aziendali e la sofferenza di queste lavoratrici e di questi lavoratori è ormai incolmabile. Il danno non è solo immediato, ma futuro. Lavorare per decenni con retribuzioni congelate significa versare contributi minimi. Il rischio è concreto: dopo oltre 40 anni di servizio dedicati alla cura del prossimo, questi lavoratori rischiano di percepire un assegno pensionistico al di sotto della soglia di povertà. È un paradosso sociale: chi cura la comunità oggi, non potrà curare sé stesso domani.
Per i sindacati e i lavoratori, la strada è una sola: il contratto di filiera. “È l’unica soluzione percorribile per rispettare la dignità e dare il giusto valore a professionisti che si occupano di salute pubblica. Non esistono lavoratori di serie A e di serie B se il servizio reso è lo stesso”, dichiarano i sindacati di categoria.
