Un ricordo di Dario Fo nel centenario della nascita e a dieci anni dalla scomparsa.

Mi vendo sempre questa stessa battuta: il primo cantautore a vincere il Nobel non è stato Bob Dylan ma Dario Fo. C’è dentro un paradosso, ma anche una grande verità: a parte il fatto che abbia scritto e cantato molte canzoni, e che il suo sia stato un teatro per cui la musica è stata determinante – pensiamo solo allo spettacolo “Ci ragiono e canto”, interamente composto di canzoni – Dario Fo è stato il massimo cantore del suo tempo. Un poeta surrealista ma anche un cantastorie della classe lavoratrice, un narratore in presa diretta dei fatti, un bastian contrario che svela il rovescio delle medaglie, un cercatore di anti-eroi, un rovesciatore di frittate, l’eterno bambino che giocando sul palco ci fa prendere coscienza di ciò che tutti vediamo senza avere il coraggio di denunciarlo, ovvero che il re è sempre nudo. “Ho visto un re” si chiama infatti una delle sue canzoni più note, ed insieme al re lui ha visto nudi anche i cardinali, gli alti prelati, i ricchi, i padroni, i generali che mandano la gente a morire, i burocrati che rendono tutto più macchinoso, che ti fanno impazzire pur di serbare il loro angolo di meschino potere.

Insignito dal Premio Nobel nel 1997, avremmo potuto pensare che si sarebbe rapidamente trasformato in un monumento vivente, ma nei 19 anni successivi della sua mai cessata attività, e negli ulteriori dieci che ormai ci separano dalla sua morte, si può tranquillamente affermare che nulla di rilevante è stato fatto in Italia per onorare questo mostro sacro. Per dirne una, Milano la città nella quale ha sempre vissuto e dalla quale sono partiti tutti i suoi progetti, non gli ha dedicato alcuno spazio pubblico di rilievo: nella città più ricca di teatri in Italia, non c’è un teatro dedicato a Dario Fo. E nemmeno a Franca Rame: aggiungiamo il nome di quest’altra attrice ed intellettuale perché, come ha sempre giustamente riconosciuto lo stesso Dario, la sua opera sarebbe stata impensabile senza la sua compagna.

Questa griglia di oblio che circonda il più influente clown del secondo novecento, che all’estero è il commediografo italiano più rappresentato, è così evidente da consolidare la consapevolezza di un’attenta e pervicace rimozione ai suoi danni. Non solo non si vuole ricordare Dario Fo, ma si intende proprio rimuovere le passioni che ne hanno animato il lavoro. Rimozione di un teatro urticante, vivo, divertente, di grandissimo successo anche commerciale… ma rimozione soprattutto di una macchina culturale esemplare che è esondata dagli spazi confinati degli edifici teatrali, dei circuiti ufficiali – dal “teatro della borghesia” come dissero allora Fo e Rame – per riversarsi nelle strade, nei circuiti sindacali e politici, nelle sedi delle associazioni, dei circoli Arci, fino a costituire un proprio circuito (i circoli teatrali de “La comune”) con decine di migliaia di abbonati sottoscrittori, che avevano la forza di prendere in affitto palazzetti dello sport per spettacoli oceanici, o di occupare spazi urbani abbandonati. A Milano, notoriamente, il capannone di via Colletta e poi la celeberrima Palazzina Liberty. Quella palazzina oggi è intitolata proprio a Fo e Rame, ma più che un’intitolazione sembra una beffa, perché quel luogo un tempo brulicante di iniziative culturali e politiche, oggi è vistosamente lasciato all’abbandono ed al degrado.

Il percorso di Fo lo si può tracciare anche in sintesi: originario di quella parte della provincia di Varese che confina con la Svizzera, nel dopoguerra si trasferisce a Milano dove studia pittura. Negli stessi anni comincia a recitare e le sue doti di affabulatore stralunato vengono notate dagli amici e poi dagli addetti ai lavori, al punto da farlo passare in radio. Le farse portate in scena prima con Franco Parenti e Giustino Durano, poi con una compagnia sua e della moglie Franca Rame, evolvono e diventano vere e proprie commedie che aggrediscono con ironia surreale i costumi e le convenzioni sociali. Dario attinge ad una sua personalissima fantasia ed alla coscienza profonda e stratificata di Franca, nata in una famiglia di attori girovaghi, ultimi improperi di un teatro popolare di strada con le radici nella commedia dell’arte. Dario compie il suo apprendistato culturale e professionale da vero autodidatta, risultando per questo diverso da ogni altro. Al contempo compie un percorso di approfondimento politico, via via più cosciente, ma non alieno da continui entusiasmi e da un certo gusto della provocazione. Compagno di strada di comunisti, socialisti e anarchici, non apparterrà mai del tutto a nessuno di loro, ed anche questo è un fattore della sua rimozione.

La sua silhouette snodata – è stato allievo del grande mimo Lecoq – grazie ad una serie di Caroselli diventa popolare in TV, più che al cinema dove ha tentato senza mai trovarsi davvero a suo agio, al punto da essere invitato a condurre il principale varietà televisivo dell’epoca, Canzonissima 1962. Ma è nella televisione bacchettona e aliena da qualsiasi discorso politico dell’epoca che la sua verve risulta irricevibile. Uno sketch sulle morti bianche è causa di una rottura che lo farà bandire dalla Rai per quindici anni.

Per Fo questa vicenda è un detonatore, sempre più interessato e immerso nella realtà sociale va alla ricerca di nuove motivazioni e nuovi spazi, ed incontra la nascente ondata del protagonismo operaio e di quello studentesco, ne diventa il principale referente artistico, spingendo in modo generoso – anche se talvolta velleitario – sul pedale dell’estremismo rivoluzionario. I suoi testi prendono qualche volta pieghe retoriche e sentenziose, ma più spesso nascono gioielli di drammaturgia e di coraggio civile: “Mistero buffo” il capolavoro universalmente riconosciuto, “Morte accidentale di un anarchico” coraggiosa denuncia dell’assassinio di Pinelli e della brutale inconsistenza delle bugie di Stato, “Non si paga non si paga” … il resto della storia è ben conosciuto e nonostante l’incoronazione del Nobel e l’assunzione nel pantheon letterario – per la prima volta – di un artista personalmente attivo sui palchi, la coppia Fo – Rame non demorde dalla difesa di una serie di cause nobili e sociali.

Ci sono anche cantonate? A mio avviso sì, per esempio l’entusiastica adesione al Movimento Cinque Stelle. Però mi sembrerebbe molto ingeneroso pensare che possano sminuire un impegno che va ben al di là del Fo persona, e che ha disegnato una figura di intellettuale, artista di levatura enorme, un genio del nostro tempo solidale innanzitutto col movimento dei lavoratori.