La devianza minorile è diventata lo spauracchio della società italiana, sostituendosi, o meglio, sovrapponendosi, a migranti, attivisti politici ed Lgbtqia+, nel becero bestiario approntato dalla coalizione governativa e amplificato dalla macchina mediatica. I minori, i giovani in senso lato, vengono rappresentati come l’anomalia di una società che si rappresenta come sana, coesa, tenuta insieme dal quadrinomio “Dio, patria, famiglia e lavoro”. I numeri sull’aumento della devianza minorile vengono sciorinati alla stregua di un triste rosario di paura, mentre le notizie sui reati commessi dalle fasce d’età più giovani del paese conquistano le prime pagine delle cronache e le copertine delle trasmissioni televisive.

Ma siamo veramente di fronte a una Gomorra giovanile? C’è molto da discutere in proposito, e bisogna provare a farlo. Si può cominciare a dire, senza tema di smentite, che l’Italia è tutt’altro che un paese coeso e sano. Abbiamo distrutto un patrimonio industriale di duecento anni, affidiamo la crescita economica all’overtourism e alla finanza creativa, con conseguenti aumenti di disoccupazione, precarietà, dissesto territoriale, rovine industriali da paesaggio post-apocalittico.

Sempre più giovani, appunto, lasciano l’Italia, attratti da migliori opportunità e salari migliori all’estero. A questo scenario drammatico, si sovrappone lo sfaldamento dei legami sociali che una volta tenevano in piedi la società italiana. Non soltanto le famiglie, ma anche l’associazionismo e le organizzazioni di massa. Una società sempre più frammentata, disorientata, che si rifiuta di fare i conti con le sue trasformazioni in senso multiculturale.

Indicare nei giovani il problema principale della società italiana, ancorché intellettualmente disonesto, è del tutto inesatto. Sicuramente si manifestano, dalle fasce di età più giovani, dei segnali di malessere. Ma non sono affatto un’anomalia, in particolare in un paese dove si chiedono le ronde, l’aumento delle prerogative di legittima difesa, gli assessori sparano in piazza ai senzatetto migranti, e i sottosegretari vantano di avere acquistato autoblindo che non fanno respirare i detenuti.

Ai minori, ai giovani, si chiede di farsi carico di un surplus di moralità e autocontrollo che nel resto della società mancano del tutto. Si fa riferimento alle statistiche, sottovalutando le pratiche di costruzione sociale della devianza. Rispetto a poco tempo fa, esiste una maggiore attenzione delle forze dell’ordine nei confronti dei comportamenti devianti o illegali messi in atto dai giovani. Sorretta da una maggiore attitudine denunciatoria da parte di un pubblico sempre più avanti con l’età e sempre più insicuro socialmente ed economicamente, privo dei punti di riferimento di una volta. Quando i sindacati, i partiti, le associazioni, le case del popolo, mettendo in comunicazione fasce d’età diverse, producevano una conoscenza reciproca, a partire dalla quale si elaborava una convivenza basata su norme e regole condivise.

Il quadro attuale, invece, si connota per un’atomizzazione spinta, mediata dai social e dagli strumenti di informazione, che alimentano sia la percezione della realtà come contesto irto di pericoli, sia la declinazione in senso estetico ed estetizzante di comportamenti inquadrati come trasgressivi, in realtà assolutamente controproducenti. Pensiamo al caso di Trescore, col giovane che filma il video dell’accoltellamento della propria insegnante e ostenta una maglietta con la scritta “Vendetta”, senza che sia chiaro, a lui per primo, di chi e di cosa si volesse vendicare.

Eppure si tende a descrivere e a proporre letture della devianza minorile basate sulla categoria delle baby gang. Una definizione del tutto inesatta, per vari motivi. Perché le gang si connotano per una territorialità e un senso identitario che, salvo nel caso delle pandillas latinoamericane, i gruppi giovanili italiani (ancora) non hanno. Perché non sono baby, ma sopra i 14 anni. Perché esistono, come si è visto, varie forme di criminalità. Individuale, come nel caso di Trescore, ed è la forma prevalente. Talvolta di gruppi che si aggregano in funzione di un’azione specifica. Oppure, se di aggregazioni si tratta, come succede in particolare al sud e nelle isole, siamo di fronte ad articolazioni delle organizzazioni criminali.

Si tratta di un fenomeno multistrato. Per il quale non serve di certo il carcere. Che rischia semmai di produrre e consolidare un bacino di criminalità minorile con connotazioni identitarie e organizzative. Pensiamoci. E’ il caso.