Quale orientamento socioculturale sottende la riforma degli Istituti tecnici?

C’è un filo rosso che attraversa la storia della scuola italiana: ogni volta che si decide di “razionalizzare”, “efficientare”, “tagliare i costi”, i primi sacrificati sono sempre gli stessi due pilastri della democrazia, ovvero, la scuola e la sanità. È ormai una costante della politica italiana, un automatismo che rivela una visione miope: ciò che non produce un ritorno economico immediato viene considerato un “non investimento”.

La recente riforma degli Istituti tecnici, che riduce drasticamente le ore di geografia, italiano e altre discipline di cultura generale per potenziare quelle tecnico-professionali, si inserisce perfettamente in questo schema. È una riforma che parla il linguaggio della professionalizzazione precoce e che rischia di produrre una scuola più povera e più “diseguale”.

La geografia è una delle materie più penalizzate. E non è un caso. Un caro amico, insegnante di questa disciplina, ci fa notare che la geografia è una materia che “spiega il mondo”, che mette in relazione economia, ambiente, migrazioni, conflitti, globalizzazione. Ci aiuta a leggere il presente, a sviluppare una coscienza critica. Riporto testualmente le sue parole: “Geografia allarga gli orizzonti e ti fa pensare, per questo fa paura. Ti dice che l’uomo viene da un ceppo unico, e quindi il razzismo è un’invenzione della politica … Ti spiega l’attualità, informa, crea coscienza critica. Tutto il contrario di ciò che desidera chi sta al potere”.

Con la riforma degli Istituti tecnici, si delinea un’idea di scuola che preferisce “addestrare” invece che “formare”. Non è la prima volta che accade: la riforma Gentile del 1923 aveva costruito un sistema scolastico rigidamente classista: il liceo classico per le élite, l’avviamento professionale per i figli delle classi popolari. A questi ultimi non servivano filosofia, storia dell’arte, letteratura: bastava imparare un mestiere.

Oggi nessuno lo dice apertamente, ma il rischio è lo stesso: una scuola che offre strumenti culturali diversi a seconda dell’origine sociale degli studenti. Chi frequenta i licei continuerà a studiare le discipline che sviluppano pensiero critico; chi frequenta gli istituti tecnici avrà un curricolo sempre più orientato al “saper fare”, non al “saper capire”. È una deriva che contraddice l’idea stessa di scuola democratica.

All’università mi aveva particolarmente colpito il romanzo di Paul Nizan intitolato “Antoine Bloyé”: per Antoine, figlio di povera gente, la scuola era considerata come possibilità di riscatto. Non l’“avviamento professionale”, ma la “scuola dove si studiano quelle materie inutili”, che apparentemente non servono per il lavoro, ma aiutano a pensare.

La scuola diventa ascensore sociale solo se fornisce una solida cultura, un linguaggio appropriato, strumenti critici. E sono proprio questi strumenti – filosofia, storia, geografia, letteratura – che oggi vengono considerati poco utili per il lavoro. Eppure sono quelli che permettono di leggere il mondo, di riconoscere le ingiustizie, di immaginare alternative. Tagliare negli istituti tecnici le discipline di cultura generale per potenziare le discipline tecniche significa dire, implicitamente, che quegli studenti “non avranno bisogno di pensare”, ma solo di eseguire.

La scuola è ancora un ascensore sociale? La risposta, oggi, è scomoda: sempre meno. Non per colpa degli insegnanti, che ogni giorno tengono insieme ciò che le riforme smontano. Un ascensore sociale funziona solo se tutti possono salire allo stesso modo. Se invece si restringono gli spazi della cultura generale, se si anticipano le scelte professionali, allora l’ascensore diventa un montacarichi: porta in alto pochi, lascia a terra molti.

Tutto questo accade proprio mentre i nostri giovani vivono un disagio crescente. Le cronache recenti parlano chiaro: un adolescente accoltella la propria professoressa, un altro pianifica una strage a scuola, un altro ancora tenta di buttarsi dalla finestra e viene salvato da un insegnante. Sono episodi diversi, ma hanno un tratto comune: la fragilità crescente degli adolescenti. Una fragilità che la scuola vede ogni giorno, ma che non può affrontare da sola. Servirebbero psicologi, educatori, spazi di ascolto, classi meno numerose, tempo scuola più ricco. Invece arrivano tagli.

È paradossale: mentre i giovani chiedono più senso, più relazioni, più strumenti per capire se stessi e il mondo, la politica risponde con meno cultura, meno ore, meno investimenti. E’ una scuola che torna indietro. Riducendo le discipline umanistiche, non si preparano meglio gli studenti per il lavoro: li si prepara peggio alla vita.

Che Paese vogliamo essere? Uno che forma cittadini capaci di pensare, o uno che addestra lavoratori incapaci di comprendere il mondo che li circonda? La risposta non può essere delegata ai tecnici dei ministeri. Riguarda tutti noi. Perché la scuola non è un costo: è la condizione stessa della democrazia.