I lavoratori e le lavoratrici de La Pavoni, appresa la notizia della volontà dell’azienda di avviare un trasferimento, non hanno chinato la testa. La storica azienda di San Giuliano Milanese, fondata nel 1905, rischia di tradire lo slogan aziendale “Fatte a mano a Milano”, dopo 120 anni e dopo essere sopravvissuta pure ai bombardamenti del ‘43. E’ più di una semplice crisi, è una lotta aperta a fronte di una scelta industriale di un’azienda sana sulla pelle dei suoi lavoratori, calata dall’alto dalla decisione del Consiglio di amministrazione del colosso Smeg dopo solo sette anni dall’acquisizione.

La decisione iniziale, annunciata il 18 marzo scorso, su cui la società ad oggi non si è minimamente discostata, riguarda la volontà di avviare una cessione di ramo d’azienda che comporterebbe il trasferimento della produzione, della logistica e di parte degli uffici nello stabilimento di Bonferraro, in provincia di Verona. Parliamo di 30 lavoratrici e lavoratori su 42 complessivi, cioè oltre il 70% della forza lavoro.

Speravano di chiudere in fretta la vicenda. Invece ad oggi la procedura non è ancora stata formalmente avviata, i lavoratori continuano a tenere in piedi l’azienda con tantissimi ordini in entrata, lo stato di agitazione continua e il confronto con l’azienda si sta intensificando sempre più anche grazie al riuscito coinvolgimento dell’amministrazione comunale, della Regione, della cittadinanza e delle rappresentanze degli altri siti del gruppo Smeg in Italia.

Non se lo aspettavano, ma la forza della rivendicazione impone un obiettivo che racchiude tutto in maniera semplice ma ambizioso: “Salviamo La Pavoni”. Ovvero: non disperdiamo competenze, non tradiamo la missione aziendale e la storia di design d’eccellenza tutta milanese.

La Pavoni rappresenta infatti un’eccellenza del ‘made in Italy’, riconosciuta a livello internazionale per il suo valore nel campo del design industriale, vantando collaborazioni come quelle con Gio Ponti, Bruno Munari, Cini Boeri, Enzo Mari. I bilanci sono in attivo, gli ordini ci sono, non si è mai fatto ricorso ad ammortizzatori.

Per l’azienda non è una delocalizzazione, ma vogliono spostare la produzione fuori regione, non solo fuori provincia. Non è un licenziamento ma nessuno dei lavoratori può andare a Bonferraro. Non è una speculazione edilizia ma con tutta probabilità su quel lotto sorgerà una palazzina residenziale.

Per noi ha un nome preciso: licenziamento camuffato. E’ impensabile infatti che lavoratori con radicamento familiare e territoriale possano sostenere quotidianamente un trasferimento di 180 chilometri, 360 al giorno.

L’azienda continua a fornire motivazioni che non convincono. Senza contare che ritiene insufficienti gli strumenti e le leve economiche messe in campo dalla Regione per provare a rendere sostenibile il ritiro dell’annuncio e la permanenza nel milanese. L’inevitabilità della scelta sembrerebbe basata su esigenze di razionalizzazione produttiva e specializzazione industriale. Perché non investire sul sito milanese, trasformandolo in un polo di produzione di macchine per caffè per tutto il gruppo, elaborando un piano industriale all’altezza delle sfide globali del settore?

Se un’azienda sana può essere svuotata per ragioni organizzative interne a una multinazionale, allora il fulcro travalica le mura di questa fabbrica. È il modello di sviluppo e di relazioni industriali che viene messo in discussione: un modello in cui le decisioni si concentrano esclusivamente su logiche “da multinazionale”, di efficienza interna, ignorando gli impatti sociali e territoriali.

Per questo la partita è, inevitabilmente, anche politica. Di interesse pubblico. Ci sorgono alcuni interrogativi: l’istituzione pubblica ha solo un ruolo di mediazione o, al massimo, di erogazione di ammortizzatori sociali? Quali strumenti ha a disposizione per difendere i livelli occupazionali del territorio? Quali scudi e garanzie di fronte a trasferimenti e delocalizzazioni (caso recente: la chiusura di Bystronic nella stessa zona)? Dove sono finite le politiche industriali in Italia, di fronte alla deindustrializzazione e alla finanziarizzazione dell’economia? Ci accontentiamo veramente di assistere all’esodo nel terziario seguendo l’infatuazione meloniana della “superpotenza turistica” alla conversione bellica del riarmo europeo e dell’economia di guerra?

Consapevoli di ciò, la richiesta che facciamo alle istituzioni è di non voltarsi dall’altra parte, continuando ad esplorare ogni strumento possibile per i lavoratori de La Pavoni, insistendo sulla scommessa di una strada alternativa all’ennesimo deserto industriale.

All’azienda, invece, chiediamo che si apra un confronto trasparente e all’altezza tanto delle rivendicazioni dei lavoratori quanto delle disponibilità economiche che il gruppo possiede. La lotta continua, la partita è ancora aperta. Non si tratta solo di difendere 42 posti di lavoro ma di una prospettiva generale.