Sabato 11 aprile a Milano migliaia di persone hanno manifestato contro la privatizzazione del sistema sanitario lombardo, per rivendicare il diritto costituzionale universale alla salute sancito dall’articolo 32 e per riaffermare il valore del Ssn, la storica conquista istituita nel 1978 con la legge 833.

Una manifestazione di valore nazionale contro le scelte scellerate della Lombardia ma anche del governo che, mentre aumenta la spesa militare, toglie risorse al Ssn e non riconosce il lavoro di medici e personale sanitario, di coloro che durante la pandemia venivano definiti eroi. La legge 33/2023 a sostegno della non autosufficienza è stata svuotata e, con il disegno di legge 2789, vengono negate tutele e riconoscimento a chi si prende cura dei propri cari (i caregiver).

Una piazza bella, plurale e partecipata in difesa della salute come bene pubblico: una delle emergenze più sentite dalla popolazione italiana. Il sistema sanitario arretra da anni per le scelte di definanziamento e di privatizzazione di tutti i governi, con un crescente ricorso al privato e un rapporto spesa/Pil al 6,4%, quando la media europea è al 7,5%. Il 10% della popolazione, oltre sei milioni, smette di curarsi, mentre il ricorso alle prestazioni pagate dagli utenti è superiore al 15% della spesa sanitaria totale: il diritto alla salute è divenuto una questione di portafoglio, di classe. Una parte della spesa pubblica va al privato attraverso le strutture “accreditate”, da cui lo Stato compra una quota di prestazioni.

Il ricorso al privato è in aumento costante e il 24% delle persone nel 2024 ha sostenuto l’intero costo dell’ultima prestazione. Chi rinuncia a curarsi lo fa per motivi economici, organizzativi o legati all’offerta: secondo l’Oms in Italia sono a rischio uguaglianza e accessibilità alle cure.

La regione in cui i privati fanno affari migliori è la Lombardia che, seppure più ricca di altre, con la scusa di tagliare le liste di attesa alimenta la tendenza al privato, spostando persino i medici verso l’attività privata o aumentando il ricorso all’Alpi (attività libero-professionale intramoenia), con effetti in contrasto con i principi di universalità, uguaglianza ed equità, a vantaggio dei cittadini più abbienti. La prestazione intramoenia viene pagata direttamente al medico, mentre una quota del 10% è trattenuta dall’istituto pubblico di competenza che garantisce l’utilizzo della sua struttura. I dati dell’Agenzia nazionale per i Servizi sanitari regionali (Agenas) evidenziano che la maggior parte delle prestazioni a pagamento fornite da Alpi viene effettuata entro 10 giorni e prevalentemente all’interno delle stesse strutture sanitarie pubbliche nelle quali l’attesa per una visita con il Ssn può essere di mesi. Paradossalmente in Lombardia alcune Aziende socio sanitarie territoriali (Asst) fanno convenzioni e “affittano” alcuni loro medici a strutture private. I bassi stipendi e il blocco del turnover spingono i medici a fuggire nel privato attraverso il doppio lavoro, con conseguenze sulla qualità professionale.

La Regione della destra leghista vuol fare ancora da apripista a livello nazionale: è del 29 settembre la delibera 5057 che destina alle strutture private 10 milioni di euro, mentre con la delibera 4986 del 15 settembre si attiverà la convenzione tra le strutture pubbliche e i fondi, le mutue e le assicurazioni, spingendo questi soggetti privati a inviare i loro assicurati presso le strutture pubbliche che dovranno garantire prezzi inferiori a quelli pagati dai cittadini senza assicurazione. Un’ulteriore differenziazione su un diritto universale che crea nuove divisioni anche nel mondo del lavoro, e che potrebbe avere conseguenze sulla tenuta dei bilanci dei Fondi sanitari, sostitutivi più che complementari, creando un cortocircuito su cui occorre come sindacato aprire una seria riflessione.

Tutto viene orientato al mercato e al profitto, con la conseguenza di un nuovo peggioramento della qualità del servizio pubblico e di un ulteriore allungamento delle liste di attesa, mentre si svilupperà una preoccupante gestione pubblico-privato che affosserà ancor di più il Ssn, lombardo e nazionale. Con queste scelte negli ospedali pubblici il ricorso all’intramoenia aumenterà, superando ancor di più i limiti di legge.

Sulla salute pubblica facciamo quadrato rosso. La Cgil inizierà sabato 16 maggio la raccolta di firme su una proposta di legge di iniziava popolare “per rendere effettivo il diritto alla salute mediante il rafforzamento del Ssn e la valorizzazione del personale”. Contemporaneamente si raccoglieranno anche le firme per la proposta di legge sul sistema degli appalti. Con le sue proposte la Cgil sostiene la vertenzialità e le piattaforme rivendicative che si dovranno costruire a livello nazionale e territoriale: un progetto di società e anche un promemoria per l’opposizione politica, che dovrebbe costruire un programma alternativo alle destre al potere.