
Da San Miniato al Monte si vede Firenze, città operatrice di pace, crocevia di culture e di fedi diverse, accomunate dallo stesso irrinunciabile desiderio di convivenza senza guerre, senza bombe, senza vittime innocenti. Mentre il mondo si consuma tra conflitti armati che provocano innumerevoli morti e inaudite sofferenze, padre Bernardo Gianni, abate della comunità monastica di San Miniato al Monte, non si stanca di testimoniare con la sua azione quotidiana la necessità della pace. Punto di riferimento per persone in cerca di ascolto, di fede, alterna la vita dentro l’abbazia agli incontri con i giovani, con i lavoratori e le famiglie, e tante iniziative ecclesiali e sociali, evocando la necessità per il pianeta di un “umanesimo della pace”.
Donald Trump attacca Papa Leone XIV. Il presidente degli Stati Uniti, in un parossismo di violenza, arriva a dire che il Pontefice “è un debole” perché continua imperterrito a pregare di deporre le armi, non smette di chiedere una pace disarmata e disarmante. Come possono rispondere le donne e gli uomini di buona volontà?
“Continuando ad esserlo. Partiamo dalle parole che il grande autore e pensatore ebreo Martin Buber rivolgeva a Giorgio La Pira nel 1961. ‘La storia moderna – diceva Buber – pretende d’insegnarci che la pace è possibile solo se i governi arrivano a un’intesa. Dopodiché i popoli li seguono’. Finora la pace è stata l’esito delle scelte dei potenti, è giunto il momento che sia il contrario. Quella di Buber è una vera e propria rivoluzione copernicana: la pace non più decisa dai governi a scapito dei popoli, ma i popoli che decidono la pace alla quale devono sottostare i governi. Una prospettiva che sembra utopica, ma che è stata ribadita da Papa Leone, in piena continuità con il magistero di chi l’ha preceduto. Lo provano le sue lucide e forti parole dei giorni scorsi nella veglia di preghiera per la pace. Parole che hanno innescato la reazione stizzita di Trump che, aggredendo il Papa, dimostra in realtà di essere lui il debole della situazione”.
Come in tutte le guerre, ad essere uccisa, ferita, costretta alla sopravvivenza quotidiana è la popolazione civile. Perché i governanti, i potenti della terra, perseguono questa folle logica di dominio?
“La guerra viene giustificata propagandando che dovrebbe ristabilire, o stabilire, una presunta giustizia, un presunto equilibrio dei poteri, una difesa di parti lese o comunque minacciate. Ma la grande filosofia, la grande spiritualità, ci indicano che ‘chi di spada ferisce di spada perisce’, come dice Gesù nell’Orto degli Ulivi al momento del suo arresto. Quindi è illusorio e propagandistico pensare che Israele, ad esempio, riesca a placare la reazione dei palestinesi e dei libanesi con una politica così militarizzata, violenta e distruttiva. Sempre che ce l’abbia, e non ce l’ha, la spiegazione secondo la quale con la violenza affermo le mie ragioni porta come risultato l’acuirsi dell’odio. La guerra è immorale e ingiusta, coinvolge inevitabilmente persone che, come sta succedendo in queste ore a Beirut, non hanno nulla a che fare né con gli aggressori né con Hezbollah”.
Perfino il Santo Sepolcro è stato negato ai fedeli, in quella Gerusalemme che dovrebbe essere luogo sacro delle grandi religioni monoteiste. Avrebbe mai immaginato uno scenario del genere, che si potesse arrivare a tanto?
“Questo gesto ci interroga una volta di più sul destino di Gerusalemme. Ora più che mai deve diventare una città patrimonio dell’umanità intera, per la sua fortissima carica simbolica. Sottrarre Gerusalemme alla giurisdizione di una sola nazione penso possa innescare, finalmente, un processo di pace e di dialogo, togliendo un luogo così importante a tutta una serie di strumentalizzazioni e rivendicazioni che contribuiscono ad esasperare questo clima di guerra, di paura e di terrore. Un clima che dalla Cisgiordania all’Iran, allo Yemen, e in generale tutto il Medio Oriente, senza dimenticare altri luoghi della terra investiti dalla guerra e dalla sua ideologia, dalla sua mitologia, pregiudica il futuro delle nuove generazioni”.
Padre Bernardo, lei sta organizzando una marcia della pace dei bambini, da piazza della Signoria a San Miniato al Monte, perché saranno loro ad ereditare la Terra. Ma che cosa lasceremo loro?
“L’idea è proprio quella di rendere i bambini protagonisti di cronache che, una volta tanto, non sono quelle che arrivano dagli ospedali o dagli obitori. Ma renderli soggetti politici, con il loro silenzio, la loro indignazione, la loro moralità, le loro aspettative. Tutte cose che i cosiddetti adulti non ascoltano. Infanzia vuol dire, etimologicamente, incapacità di parlare. In realtà i bambini con il loro pianto, la loro istintiva adesione al bene, la loro riprovazione della violenza ci gridano una parola che noi non sappiamo né ascoltare né riformulare. Sono loro la forza disarmante evocata da Papa Leone. Con la loro freschezza e le loro aspettative, ci danno la speranza di poter voltare definitivamente pagina sui massacri che si consumano a Gaza e in altri luoghi della Terra, fino al confine orientale della nostra Europa. Dire basta alla violenza, che ferisce anche le nostre periferie e mortifica la dignità di cittadine e cittadini che appaiono rassegnati alla sua inevitabilità. Omicidi come quello di Massa Carrara, la violenza negli stadi, gli abusi contro le donne, sono capitoli di una istintività predatoria che impone una rivoluzione culturale per tutti. Credenti e non credenti. Quegli uomini e donne di buona volontà cui, appunto, si è rivolto a suo tempo Giovanni XXIII con la ‘Pacem in Terris’. Ma penso anche all’azione politica e profetica di Giorgio La Pira, e prima ancora a San Francesco. Grandi testimoni di pace, che ci hanno insegnato come quella della violenza sia sempre una vittoria di Pirro. Mentre la pace, con i suoi tempi, produce veri frutti e autentica giustizia, che ci guarisce dal risentimento e dall’istinto vendicativo che inevitabilmente la violenza alimenta. Ai bambini assegneremo un protagonismo di pace, il loro è il grido più autorevole nel tentativo di far capire ai cosiddetti adulti che, se non invertiamo la rotta e non adottiamo una visione di pace, di dialogo, di amicizia, il pianeta avrà le ore contate”.
Serve un ‘umanesimo della pace’ per salvare il pianeta?
“Ci vantiamo di essere la culla dell’umanesimo, e in parte lo siamo davvero. Non è un caso che, nell’Ospedale degli Innocenti di Firenze, Brunelleschi realizza per la prima volta un’architettura che non è né un luogo di culto né un palazzo privato, piuttosto un luogo dell’accoglienza dei piccoli, degli abbandonati, dei fragili. Questa passione per la vulnerabilità e la debolezza, anche se facile oggetto dello scherno dei prepotenti di questa terra, in realtà è la via profeticamente più efficace per affermare pienamente l’essere umano. L’uomo che accoglie la differenza per farla diventare ragione di complementarietà attraverso il dialogo. Una polifonia che disprezza chi pretenderebbe di farci marciare ancora a un ritmo ossessivo, militaresco e aggressivo”.
In un mondo infestato dalle guerre, padre Bernardo continua a parlare di pace.
“C’è un disarmo integrale su cui insisteva giustamente Giovanni XXIII, che metteva in relazione lo svuotamento degli arsenali al disarmo dei nostri spiriti. Si parte proprio dalla consapevolezza che lessico, pensieri, desideri devono avere a cuore il bene degli altri, l’accoglienza degli altri, lo spazio degli altri. Prima di gridare la parola pace vorrei poterla testimoniare, pensando all’unica forza che cambia in meglio la storia e il mondo, quella dell’amore”.
(15 aprile 2026)
